Coppia di soluzioni coincidenti

In hotel spesso lo shampoo e il docciaschiuma coincidono. In profumeria mai. Qualcuno mente. E il cliente pensa che siate voi.

(Via [mini]marketing: Ancora sul marketing degli hotel, cinque consigli da cliente)

Questo è un dilemma che ho sempre avuto. A casa mi lavo i capelli con uno shampoo scelto tra mille in farmacia dopo anni di prove.

Se in hotel mi azzardo ad usare il docciaschiuma mi ritrovo una tempesta di sebo.

Se qualcuno sa, parli.

P.S.: anche gli altri 5 punti sono assai condivisibili.

Basta chiedere (all’editore)

…e finisce che l’editore Einaudi risponde:

Riceve sette risposte, di cui: il primo -Io ce l’ho; il secondo -Oddio sai che poi tutti vogliono diventare scrittori dopo quel libro? Aiuto; e poi tre che dicono che sì l’avrebbero comprato.

Il Popolo della Rete impazza.

(leggi tutto su Cos’è che stiamo a fare qui)

Fu così che un libro non più ristampato come I ferri del mestiere, grazie a Twitter trova una nuova vita e produce anche un blog.

E così nasce La prosa della domenica, per mano di quei ragazzacci di Eio, il Many e Diego da Torino. (oe’ li conosco tutti, eh).

Dovrei esserci abituato a tutta questa socialità ma a me l’idea che il Twitter di Einaudi ci risponda è come se tutte quelle costole bianche in brossura, le righine rosse dei cartonati, i disegnini al tratto e quel magnifico font di tutte le librerie di casa mia mi parlassero. Da qualunque decennio provengano.

I ferri del mestiere l’ho appena ordinato.

P.S.: mi sa che bolsoblog ci guadagnerò un bel tema.

Se questo è un titolo

Repubblica-papa-francesco

Repubblica in questo momento cerca di documentare l’intronizzazione di Papa Francesco tramite una mitragliata di link nel titolo e nel sommario. Ho fatto un conto veloce e ne ho contati 26, molti dei quali conducono a singole foto.

Ora io capisco le esigenze monetarie, di SEO, di richiamare attenzione e traffico ma al mio umile occhio di informatico e progettista web questa home page è un’accozzaglia di caratteri, niente più. Fateci caso: il testo del titolo è più alto della foto sottostante.

Si perde qualsiasi senso comunicativo, qualsiasi funzione per il cervello umano di selezione del contenuto in base ai titoli nei link e, ultimo ma non meno importante, il legame semantico tra ancora di un link (il testo su cui si appoggia il link) e contenuto della pagina di destinazione. Per intenderci, manca completamente la relazione che costituisce l’intelligenze di Wikipedia.

A mio parere il degrado dell’informazione online passa anche da queste concessioni selvagge alla ricerca di traffico e alla comunicazione urlata di tipo televisivo.

Endorsement senza calzini bianchi

Caro Matteo,

Mi presento, sono un “Elettore di Bersani” e, a parte i calzini bianchi, faccio mettere le cinture anche a quelli dietro, dico “non litigate” ai miei due figli quando bisticciano e tengo il volante sulle dieci e dieci.

Voto dal 1987 e da allora provo a non votare per la falce e martello, l’alberello e agli altri simboli che si sono succeduti. In Emilia il senso di appartenenza è forte, anche per chi non ha la tessera. Ti senti sempre in un gruppo di amici, pronti alla pacca sulla spalla, che vanno tutti da qualche parte anche se non sanno dove si sta andando.

Sono anche un cittadino del web, anzi di Internet (che non è la stessa cosa) che frequento da prima del web, da quel 1992 in cui Enrico colloca temporalmente Bersani in cui ci si mandava email da terminali in ASCII text.

Perché il pippone il post lungo di Enrico l’ho letto tutto, insieme a tutte le opinioni che mi capitava di leggere in questi giorni scritte dai miei amichetti sul web, come dice Daria (il post, Mantellini).

Ho provato anche stavolta a capire se riuscivo a votare qualcos’altro, autoaccusandomi di vecchiume, di essere filo apparato di non capire la ventata di novità rappresentata da Matteo Renzi. E mi ci sono messo d’impegno, Matteo sul serio, sai. Col sorriso, come dici tu.

Un’altra cosa che non riesco a evitare è scindere il merito dal metodo, il cosa dal come, il risultato dallo stile. Per me quasi mai il fine giustifica i mezzi. Figuratevi come ho vissuto il ventennio Berlusconiano.

Di te, Matteo, mi ha colpito il difetto di pronuncia con la linguetta in bocca, il misto di simpatia e odiosità che ne nasce ma anche il piglio comunicativo che ti contraddistingue, l’uso del web, la naturalezza con cui, non da oggi, conversi e rispondi su Twitter. Sono convinto che se ti chiedo “apriti un account sul nuovo servizio X” lo fai da solo in 5 minuti senza ricorrere ad uno stagista.

Capisco perfettamente perché hai conquistato amici e persone che stimo sul web. Capisco che suonino convincenti le soluzioni per il futuro elencate con slogan semplici e taglio pubblicitario, adatte per il web, per le interviste e per i titoli di giornale.

Non ho seguito il tuo percorso dall’inizio quindi forse mi mancano delle nozioni ma non ho capito perché hai fatto questa scalata a latere del PD, non del tutto fuori ma neanche del tutto dentro, con eventi indipendenti, senza insegne PD, cercando il voto popolare, scaldando le folle.

Ecco, io l’aizzatore di folle (perdonami il termine un po’ forte, ma mi devo far capire, gli slogan a volte servono) proprio non lo reggo. Se ne è dimesso uno appena un anno fa.

Io credo nel cambiamento, in un tipo di cambiamento che si declina come evoluzione. L’unica evoluzione che ti puoi permettere in sistema politico, in un partito politico che dichiari di amare è dal di dentro. Se la dirigenza e l’apparato sono un problema, si lavora per contagiare loro per primi con la propria idea di cambiamento, non le folle che stanno fuori. E’ perfettamente lecito criticare chiunque, compreso la propria dirigenza ma allora occorre chiedersi “cosa ho fatto io per cambiare la mia dirigenza”?

Se hai avuto l’indubbio merito di aver catalizzato una fetta consistente di elettorato che prima non avrebbe mai votato PD, perché non hai proposto loro “iscrivetevi a questo partito, cambiate il PD da dentro, andate in sezione, votate una nuova dirigenza”? Questo risponderebbe all’obiezione di Enrico “il PD così com’è non piace a nessuno”.

Ti ho ascoltato in televisione e sul web e non mi sono sono riuscito a vincere una discrasia fra il piacere per le proposte nuove, “giovani”, “moderne”, l’internet, il web, etc. e il fastidio una modalità semplicistica, fredda, pubblicitaria di elencare le soluzioni per il domani come se fossero le caratteristiche di un software o i benefit di una tariffa scontata per cellulari.

Leggendo ciò che è scritto sul suo sito, ascoltandolo nelle innumerevoli apparizioni televisive da 2 anni in qua, emerge una visione molto individualistica nell’impostazione della sua “proposta”; si ha la netta sensazione che Renzi si rivolga a 60 milioni di Italiani come individui, singolarmente divisi, in quotidiana lotta ognuno contro gli altri per la sopravvivenza, senza mai dare un’idea di comunità, di Nazione, di Popolo (al di la di vuote parole), di condivisione sociale, di comuni radici e aspirazioni, di comuni obiettivi.

(via Pierlu for President).

Non avverto tensione collettiva, una visione del Paese come tutt’uno, un’andare insieme da qualche parte, un NOI di sinistra.

Perché quello è riservato per il NOI e LORO del tuo appello di oggi, altra cosa che stride come gesso sulla lavagna nel tuo appello di oggi.

Per carità, la faccenda del registrarsi al secondo turno è un ginepraio che non avrebbe mai dovuto verificarsi. Io sono uno rigido, avrei detto: ci si registra entro il primo turno e bona lé, al lmite voti scheda bianca al primo turo. tuttavia l’iniziativa e lo stile di comunicazione del sito domenicavoto.it (dominio creato il 28 novembre scorso) sono un’altra nota stonata. Il modo in cui si interpreta una norma nascondendosi dietro il dito di “è perfettamente lecito” e “non costituisce appello elettorale”:

La Fondazione Big Bang, conformemente ai propri scopi statutari, ha finanziato l’iniziativa di partecipazione al voto di domenica prossima che tra il 29 e il 30 novembre apparirà su molti quotidiani. Non si tratta di un appello a favore di Matteo Renzi, come affermato da qualcuno, ma di una sollecitazione ad esercitare il diritto di scelta che costituisce l’essenza della democrazia.

Tra gli scopi statutari della Fondazione sta la promozione di strumenti di collaborazione effettiva delle persone alle decisioni politiche e amministrative che le riguardano, in particolare elaborando e diffondendo modalità partecipative che utilizzino appieno le potenzialità della rete. Questa iniziativa è pienamente coerente con tale scopo.

(via Nota della fondazione Big Bang)

ha un tono diametralmente opposto da quello che mi aspetterei dalla parte politica che si propone di governare l’Italia, da quelli che secondo me dovrebbero essere i buoni.

Del resto anche la Rete 4 di Emilio fede metteva la sovrimpressione “Andate a votare!” sui film di Don Camillo delle domeniche di voto. Tutto lecito. Sono questioni di stile.

Snocciolare soluzioni oggettivamente brillanti e funzionali, dovrebbero automaticamente contagiare il prossimo, sia esso l’elettore che l’apparato. E allora dov’è che non funziona il meccanismo? Perché c’è bisogno di aizzare le folle, usare come una clava il numero di giorni di governo (2700 e passa) passati da Bersani “senza ottenere niente”, magari mentre hai in tasca un cellulare da cui Pierluigi ti ha tolto il costo fisso di ricarica?

Perché c’è bisogno di infuocare un senso di rivalsa del mondo digitale verso il mondo di carta, di mettere i giovani contro i meno giovani anziché perseguire l’ambizione più alta di unire tutti quanti? Io non riesco a togliermi dalla mente questa discrasia, il sapore dolceamaro del messaggio col sorriso in bocca che nasconde il fiele sullo stomaco.

Ma non avevamo imparato dal’era di Internet, dal cluetrain manifesto, e da fiumi di post che cooperare è meglio di competere?

Credo che la risposta sia nella capacità di ascolto, nella ricerca dell’empatia, nel capire i fenomeni collettivi, nel saper dire una parola agli operai di una fabbrica che chiude e al contempo nel saper comunicare con chi vive di (finte) partite IVA, con le persone che popolano l’agendina di Suz.

Ci ho pensato a lungo e secondo me questa capacità ce l’ha Pierluigi Bersani.

Non solo perché lo scrive Gad Lerner stamattina (ché questo posto ce l’ho in canna da 10 giorni ma sono bolso), non solo perché mi sono trovato per puro caso a sentire il discorso di Bersani il 13 dicembre del 2009 al monumento ai caduti di Sabbiuno e mi si è scaldato il cuore nel buio Berlusconiano, ma perché penso che l’esperienza di politico di Bersani e la sua capacità di ascolto siano di aiuto effettivo in questo momento, nell’unire costruendo qualcosa di nuovo.

La mia ansatz è che Bersani abbia capito benissimo che non si vince da soli e non si vince trascurando un messaggio forte e chiaro che è arrivato dall’elettorato di Renzi. Ci sono istanze che vanno raccolte immediatamente e integrate, valorizzate nel percorso del PD.

Il tema del mondo digitale, della meritocrazia, del rinnovamento dell’apparato dovrà essere affrontato unendo e costruendo.

Non ho votato Bersani per tifoseria, l’ho votato e lo rifarò perché pretendo da lui di non doverci vergognare più delle indecisioni del PD, dei compromessi, della legge 40 e del vecchio apparato.

La mia scommessa è che è più facile che Bersani faccia tesoro delle istanze di Renzi che non il viceversa. Me lo dice il cuore e, Suz, se hai letto fin qui questo non è giudicare “a pelle”.

Buon voto domani.

Update: corretta la data del discorso di Bersani a Sabbiuno.

Ti giro il documento

A Word file is the story-fax of the early 21st century: cumbersome, inefficient, and a relic of obsolete assumptions about technology. It’s time to give up on Word.

[…]

When a standard tool requires this many workarounds, we need to find a new standard. […] Again and again, Word is defeated by the basic job of contemporary writing and editing: smoothly moving text back and forth among different platforms. The fundamental unit of Word is the single, proprietary file, anchored to one computer. Microsoft showed users how it feels about sharing work when it switched its default format from .doc to .docx in Office 2007, locking old and new Word customers out of each other’s files.

Microsoft Word is cumbersome, inefficient, and obsolete. It’s time for it to die. – Slate Magazine

Un impietoso post su Slate rende bene l’idea della percezione che l’utenza di massa ha del vecchio Word. Un leviatano stracarico di funzionalità e orientato ancora alla produzione di documenti cartacei.

Anch’io temo come la peste dei documenti Word che ricevo via email e li apro con Pages o solo con TextEdit. Uso Word solo se costretto da interazioni strette con i collaboratori di un progetto.

La portabilità dei dati e la necessità di scrittura collaborativa spinge verso l’uso di strumenti centralizzati come wiki e blog. Il concentrarsi sul contenuto porta a preferire linguaggi di markup.

Ultimamente ho deciso di imparare il Markdown e di buttarmi sul minimalismo bianco di iA Writer.

Bologna rinasce nei TDays

Alla fine sono arrivati i giorni della pedonalizzazione della T: i TDays

Sabato 17 mattina la T formata da via Rizzoli, Via Ugo Bassi e Via Indipendenza è tornata ad essere quello che era a metà degli anni’80: un concerto di voci di persone, di passi di persone, di pedalate di persone e un’esagerazione di biciclette legate per ogni dove (nota per l’Amministrazione: aumentare i rastrelli per le bici d’ora in poi).

I tempi sono cambiati, i negozi sono cambiati, un Apple Store in centro città apre fra le urla dei fan e degli addetti Apple. La città sembra rinascere sia nel sabato di sole cocente che nella domenica di pioggia che la sera ha permesso un passeggio al fresco.

I Bolognesi si riprendono la città, i negozi sono aperti, le iniziative di green economy non si contano più (auto elettriche, bici elettriche, attività podistiche).

Sarà che ricordo i miei 17 anni di vita in centro a Bologna con nostalgia ma nei TDAys mi sono sentito ringiovanire e una campanellina di un possibile bel futuro mi è risuonata in fondo alla testa.

Non puoi fare tutto quello che ti pare

La pur condivisibile intenzione di avvicinare l’amministrazione pubblica ai cittadini, pertanto, non può spingersi al punto di immaginare una “capitale diffusa” o ” reticolare” disseminata sul territorio nazionale, in completa obliterazione della menzionata natura di Capitale della città di Roma, sede del Governo della Repubblica.

Lettera del Presidente della Repubblica al Presidente del Consiglio sul tema del decentramento delle sedi dei Ministeri sul territorio

Il testo integrale della lettera del Presidente della Repubblica al Presidente del Consiglio a proposito delle sedi distaccate al nord di alcuni Ministeri è un limpido esempio di applicazione pratica della Costituzione:

Mi risulta che il Ministro delle riforme per il federalismo e il Ministro per la semplificazione normativa, con decreti in data 7 giugno 2011 – peraltro non pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale – hanno provveduto a istituire proprie “sedi distaccate di rappresentanza operativa”; […].

Iniziativa autonoma dei ministeri con decreti non pubblicati e mancata informazione del Presidente della Repubblica.

Paragrafo dopo paragrafo un vero e proprio “case study” che spiega significato ed effetto di norme fondanti della Costituzione e dei pesi e contrappesi che Ministri e Presidenti devono rispettare.

Da leggere tutta fino in fondo.

E applaudire.

In cerchio intorno a Virginio Merola

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Il candidato sindaco del PD ritiene che i blogger siano una risorsa e invita i blogger che gravitano intorno a Bologna ad un incontro.

Ci vado, capitombolando fra gli impegni. Arrivo durante la seconda parte dell’incontro, e trovo un una stanza gremita da un cerchio di persone sedute che discutono di possibili scenari di uso della rete per Bologna.

L’atmosfera è molto buona, si parla a turno, a bassa voce, mentre Merola prende appunti e il suo staff anima la diretta su twitter. Gli interventi vengono riportati nella stringatezza dei 140 caratteri e condensati nel post riassuntivo del giorno dopo contornato da photoset su flickr (qui il mio mini photoset).

C’è un’aria buona, dicevo, dominata da un’ingeniuità da primi barcamp, ognuno ansioso di promuovere la “sua” idea come se fosse stato tolto il tappo al serbatoio delle idee, come se non ci si sentisse in rete intorno al tema di focalizzare la rete per la politica della città.

L’impressione è che si voglia andare oltre ai proclami e alla propaganda, la preoccupazione (di Maso e di altri) è che il sito wordpress preelettorale muoia e che invece bisogna dargli nuova vita.

Da più parti si chiede una seconda vita per Iperbole, che negli anni ’90 mise Bologna all’avanguardia e oggi sa di ricordo nostalgico. Lo si immagina come un grande social network, senza ancora avere idee chiare sul community mix e sul set di servizi da offrire: facciamo una cosa tipo Facebook è diversa da facciamo un multiblog con WordPress , come impatto tecnologico e come riempimento di contenuti.

Merola chiede a questo proposito se abbiamo idea della quantità di impegno e persone da dedicare alla redazione, nessuno sa dare una risposta precisa e qualcuno lancia l’idea (illusoria, secondo me) che la community si animi e funzioni da sola.

Una bella esperienza, vecchi e nuovi nick e url da annotare, la mia solita smemoratezza per le facce al primo incontro, il rimpianto di non aver ordinato le MOO card nuove quando servono.

L’entusiasmo ci ha portati a sforare fino alle 20:25. Vedremo cosa ne scaturirà.

P.S. dedico alla mia proposta, molto stringata nel resoconto pubblico, un post separato.