mental sauces… mental saws…


Archive for the ‘Parole’ Category

Strafiga, ovvero questa te la sei voluta

Nel post sul FemCamp Elena says:

eh ma così mi imbarazza un casino
Poi diciamolo.. esiste un appellattivo più lontano dalla mia persona di “strafiga”?. No. (S’apra il dibattito).
Grazie, anche tu, anche voi, anche il cosino che fa odore di latte e che mi si è addormentato in braccio e quell’altro che si procura ematomi a rota: sei/siete strafighi

Se non avessi chiesto di aprire il dibattito mi sarei limitata a ricommentare il post precedente, ma a questo punto ce n’est pas possible!

Io non abuso mai delle parole.
Non indulgo mai in complimenti. Le mie sono sempre constatazioni.
E se dico che sei strafiga è perché lo sei.
Lo sei per quello che dici, per come parli, per come guardi, per come ti muovi.
Lo sei anche per come scrivi, anche se non avevo mai letto niente di tuo prima.

Non vedo perché non dirlo.

E se vuoi proprio aprire il dibattito, ti spedisco il dibattologo di famiglia…


Una rete di donne - Donne in rete

Sabato ci sarà il FemCamp.
E sarà qui a Bologna.
Fed* ci tiene molto ad andarci, un po’ per vedere i suoi blogamici, un po’ per conoscere alcuni personaggi che, per quanto li cita, ormai hanno tratto di mito.
Poi ci sarà chi non ci sarà, ma sarà difficile sentirne la mancanza.

E io?
E io, unica donna di famiglia mi lascio andare a uno dei miei soliti sofismi:

Perché mai il mio sesso dovrebbe essere importante nel mio rapporto con la rete e/o la tecnologia?

Perché dovrei sentire il bisogno di una sorta di riserva indiana fatta di noi donne, per noi donne, che solo noi ci capiamo?

Perché mai il solo fatto di essere donna dovrebbe creare una affinità con un altro membro femminile del genere umano?

Porto di lago senza vento, come una ruota senza perno, come una discussione che si avvita.
Qual è il sesso di un cervello?

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* il solito presenzialista, pronto a stringere le mani a tutti e disposto a far qualsiasi cosa pur di essere al centro dell’attenzione


Coda di paglia

Non sopporto che il Vaticano abbia rifiutato i funerali di Welby. Invece non è stato così per Pinochet, per Franco e per uno della banda della Magliana

Parole vere, troppo vere, quelle di Andrea Rivera.
Decisamente fuori contesto, visto che si era al concerto del Primo Maggio.
E, ancor più, fuori luogo.

La Chiesa può fare quello che vuole quando è a casa propria.
Può decidere che i funerali secondo i suoi riti vengano celebrati solo il quinto venerdì di ogni mese e solo alle pesone nate di giorno dispari in anno pari.
E’ un suo diritto negarli a chiunque non sia gradito per pensieri, parole, opere od omissioni.
E’ suo diritto concederli a chi, secondo i suoi dettami, è redimibile e redento.
Carità cristiana la chiamano.

E tutto questo, visto da fuori, risulta iniquo e antidemocratico.
Del resto la Chiesa non ha mai voluto né ha mai detto di essere democratica. Come nessuna struttura di potere, del resto.
Quindi non vedo perchè scandalizzarsi dell’atto in sé.

Quando però l’Osservatore Romano nell’edizione del 2-3 maggio bolla di terrorismo una protesta personale come quella espressa da Rivera, proprio non ce la faccio stare zitta.
Perché a questo punto e in questi termini non è più una faccenda che riguarda unicsamente gli iscritti al club che si chiama Chiesa.
Le parole hanno un peso e terrorismo è particolarmente pesante. Densità pari a quella dell’uranio, più o meno.
Auspicherei che nessuno ne abusasse.

Soprattutto chi, in nome dell’amore, ha una coda di paglia lunga qualche anno luce.
Coda che potrebbe addirittura essere portata come prova ontologica dell’esistenza di dio.

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Figli

E’ proprio vero che genitori si diventa, ma figli lo si nasce.

Puoi avere ormai quasi quarant’anni, puoi esser uscito di casa da quasi venti, puoi avere la tua famiglia, puoi avere i tuoi di figli.
Ma per i tuoi genitori resti sempre lo scapestrato che non sa quel che si fa.

Se non si è capito sono arrabbiata -furibonda sarebbe la scelta lessicale più adeguata- con mia madre.
Non tanto -o non solo- per l’alzata di ingegno che ha avuto, quanto per non aver ascoltato una che fosse una delle parole che ho detto.

Il casus belli: i capelli di Cesare.
Lunghi. In disordine. Incolti.
Inaccettabili per la mia augusta genitrice.

Che, sorda alle mie richieste/spiegazioni di lasciarli così com’erano, approfitta di un momento di mia distrazione, prende le forbici -quelle da parrucchiere, ché a far castronerie non siam mica dilettanti- e taglia la frangia.
Male è dire poco.

E così mi ritrovo con un figlio con l’aria da deficiente e un’incazzatura mostruosa.
Sia mia che sua, visto che manco lui aveva chiesto che gli venisse praticato quello scempio.

Non so se la successiva valanga di parole -improperi- taglienti come lame sia servita a farle capire che ormai sono altro da lei.
Temo di no, perché figli lo si rimane sempre.

Spero di ricordarmi dei capelli di Cesare, a tempo debito.