mental sauces… mental saws…


Archive for the ‘Pensieri’ Category

La notte porta consiglio

Io la sera non riesco a guardare niente in TV. Regolarmente mi ci addormento.
Fed uguale, uguaglio, solo che lui non lo ammetterebbe mai.
E allora abbiamo preso l’abitudine di registrare quelle poche cose che guardiamo per vedercele quando riusciamo, quantomeno, a tenere gli occhi aperti.

Così lunedì sera abbiamo registrato l’ultimo episodio di Coliandro, che ho visto stanotte (no, il bolso non c’era, lui alle tre di notte dorme).
Ma non è stato Coliandro a colpirmi.

A risultare notevoli sono stati:

  1. l’ennesima dimostrazione della mia eterna distrazione e scarsa attenzione ai particolari, visto che mi sono accorta che ci recitava un mio amico solo leggendo i titoli di coda.
    Non mi perdonerà MAI.
    Pace all’anima sua.
  2. questo spot trasmesso in uno dei tanti intervalli pubblicitari:

    Perché Mike non c’é?

    a meno di 24 ore dalla morte ha un effetto -come dire?- surreale.
    Mike, non mi era simpatico.
    Non mi mancherà e tampoco lo rimpiangerò.
    Ma stanotte mi ha colpito.
    Potrei anche fare un abbonamento a Infostrada e così togliermi dai maroni Fastweb.
    Pace all’anima sua.


Del giudicare

Il mio giudice è il Signore! Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore.

Corinzi 4,4-5

Eccola qui la pietra che ha affossato l’umano giudizio.
Insieme alla storia della pagliuzza e della trave, ovviamente.

Giudicare è peccato: non si fa. Non si deve.
Sta male. E’ disdicevole. Moralmente inaccettabile.
E se proprio lo si fa non si dice.
C’è chi dice addirittura che renda ciechi.

In realtà quella del giudizio è una delle più alte espressioni dell’intelletto umano.
Presuppone l’elaborazione di una domanda e la riflessione sulle possibili risposte, ché di risposte non ve n’è mai una sola. Tantomeno una giusta (ché la verità d’oggi è destinata rivelarsi illusione di domani).
Ed è proprio qui che entra in ballo, come in un esperimento di fisica quantistica, l’osservatore.

Non si è mai obiettivi nel giudicare.
Non lo si può essere.
E, proprio come per la fisica quantistica, il solo voler misurare influenza la misura.
Ma questo non basta ad invalidarla.
Come non invalida il nostro diritto/dovere di giudicare.

In tedesco è tutto più facile, che il termine stesso Urteil porta dentro di sé la sua essenza: separare.
Ciò che si vuole da ciò che non si vuole.
Il punto da dove si arriva e quello verso cui si va.
Ciò che è essenziale da ciò che non lo è.

Tutti lo facciamo. Tutti i giorni. Nelle piccole e nelle grandi cose.

Io non credo a chi dice di non giudicare.
Credo ancor meno a chi appiccica un valore morale a questo supposto e improbabile non giudicare.
E sorrido a chi si lancia in giudizi apodittici su chi giudica.

Noi siamo quello che facciamo.
E quello che facciamo è sotto la luce di almeno un piccolo riflettore che lo rende passibile di giudizio.
E chiunque vedrà quella luce la valuterà e ne trarrà le sue conclusioni.
Positive. Negative.
Di ininfluente rumore termico.

E in fondo, come diceva quel simpatico misantropo di Oscar Wilde solo le persone superficiali non giudicano dalle apparenze.


Non raccontiamoci troppe balle sul risultato di Trento

Io sono trentina. Il fatto di aver, piuttosto recentemente, cambiato residenza non mi rende meno trentina.

E sono orgogliosa che almeno lì siamo riusciti a non perdere.
Ma non illudiamoci, che non sono proprio rose e fiori, proclami di Veltroni a parte.

Il fatto che Repubblica e Corriere non riportassero i confronti con le precedenti elezioni mi faceva sospettare che ci fosse una qualche ragione per non riportarli.

Abbiamo vinto, è vero, ma meno bene dell’ultima volta.
E, temo, sia stato più un voto di opposizione che di convincimento, considerate i poco celati intenti leghisti di ridurre autonomia e soprattutto fondi alla provincia.
Il sapore del classico male minore, insomma.

E il PD è il primo partito, vero.
Ma non dimentichiamoci che il trentino è dai tempi di De Gasperi, ovvero da sempre, terra di democrazia cristiana.
Per carità, di quella DC non troppo intrallazzona, non troppo schifosa, ma sempre DC.
Ed è questa profonda monoradice DC ad aver vinto ieri, non certo il riformismo di sinistra.

Insomma non c’è da gridare all’Ohio d’Italia. Non è proprio né il caso né il contesto.

Uòlter, non gongolare su questo risultato che non è una gran vittoria.
Piuttosto dicci: che famo domani? ‘ndo annamo?


Esperimenti sociologici

Prefazione:
Questo post è una settimana che aspetta. Forse anche di più.
Il fatto è che il bolso voleva metterci del suo.
Ma prima che sappia di putrescina io lo posto.
Poi veda lui se vuol aggiungere note e postille.

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L’urlo arriva dalla stanza accanto:
Come devo dire che son vestita?
- Per fare che? - chiedo, affacciandomi alla porta del mio ufficio
La rizzacazzi, che altro?
- Allora…

Signori, vi presento GiovannaB, nata dalle menti mia, del Bolso (eravamo un’associazione a delinquere ben prima di metterci insieme) e del Porcu.

A riportarmela alla memoria un twit di Bloggo.
E, soprattutto, il thread che ne è seguito su Friedfeed.

Era il 1999 e c’erano le prime webchat.
Il Bolso e il Porcu non credevano che una donna in una webchat fosse l’equivalente di un vasetto di miele in un allevamento di mosche.

E GiovannaB con i suoi camicini di voile nero (ispirati al marchese Gonzaga, in verità), le sue gonnelline corte e la sua lingerie modellata su un corpo di proporzioni variabili (che le misure si adattavano ai desideri dell’interlocutore) era una sorta di miele di lavanda.

Quando arrivava non passava inosservata, GiovannaB.
Mai.

Il ronzio delle mosche era insopportabile, da tante ce n’erano.
Mail di fuoco, numeri di telefono e richieste di appuntamenti fioccavano da destra e manca.
Per non parlare delle foto.
Alcune reali (realistiche?), altre prese da un qualche sito porno, con tanto di descrizione di quel chesi sarebbe voluto fare alla nostra cara GiovannaB.
Son cose.

Il Bolso e il Porcu non credevano ai loro eyes.
Ci passavano i pomeriggi a fare il gioco di ruolo della bella Giovanna. Salvo poi rovinare ore e ore di preziose trame intessute con commenti del tipo ma tu chi sei, lui, lei o il portaCD?, che irritavano irrimediabilmente colui che aveva inviato la foto pornosoft ambientata in squallido soggiorno italiota.

Per qualche giorno.
Ché il ruolo, alla fine, ha stufato presto: il gioco era sempre lo stesso e GiovannaB alla fine poteva poco se non ostentare le sue geometrie e i suoi topos. Hanno anche provato a convincere me e la Mucci a prestarle una voce, ma avevamo altro da fare, noi.

E poi anche i corteggiatori incominciavano a diradarsi, ché probabilmente anche la più stolta delle mosche prima o poi arriva a riconoscere un pattern che non porta da nessuna parte.

Conclusioni (parziali) dell’approfondita e scientificamente rigorosa (soprattutto rigorosa ;) ) analisi sociologica?

Che Tolomeo non aveva poi sbagliato a formular la sua struttura dell’Universo.
L’unica cosa da correggere è il centro intorno a cui tutto ruota.
Equilibrio dinamico con poli di attrazione variabili.


Una dottoressa fannullona

Capita anche ai medici di ammalarsi. Qualcosa a un braccio, dice il certificato medico della dottoressa.
Il 18 agosto.
Roba da storcere la bocca in un sorriso ironico, mentre ce la si immagina spaparanzata al sole della riviera.

Ma oggi pomeriggio c’era un bambino ch aveva bisogno di lei.
Del suo sguardo esperto, ché come legge le ecografie lei nessuno.
C’era un bambino che aveva bisogno di lei e lei ci è andata.
Il 18 agosto, col caldo e un braccio rotto.

E in tutto questo se, per caso, il medico fiscale è passato da casa sua in quelle due ore che lei ha regalato a quel bambino ma anche al SSN, sarà bollata come fannullona.

Ironia di Brunetta.


Io e il 16 agosto

Il 16 agosto è per me una sorta di punto di accumulazione. Di sicuro un groviglio di emozioni.

Son nata il 16 agosto 1969. Nottata di burrasca. Roba da Era una notte che pioveva
Alla fine al censimento degli alberi ne mancavano un bel po’. Alcuni avevano pensato bene di migrare sulla strada che porta all’ospedale, che può sempre servire, caso mai un mal de note.

Duecento anni dopo Napoleone. Undici dopo Madonna. Quarantacinque dopo il ritrovamento del cadavere di Matteotti.
Di sicuro la coincidenza con il primo fa figo. Con l’ultimo sembra quasi necrofilia.

Il 16 agosto c’è il Palio di Siena. Mio nonno ne andava matto, adorava ogni secondo di quella messa cantata. E aveva contagiato anche me in questa sua follia.
Finché non ho avuto un moroso senese. Dell’Oca.
E allora ho scoperto che Il Palio si ‘ompra.
Fine di un amore. Quello per il Palio, intendo.

Il 16 agosto 1972 sembra che ci sia stato un brutto incidente con una nave inglese che aveva a bordo materiale nucleare, così per festeggiare in allegria. Quantomeno mia madre la ricorda così.

il 16 agosto 1977 moriva Elvis Presley.
Chi se ne frega, ormai era sfatto.

Ma il 16 agosto 1977 moriva anche il mio adorato cuginetto di 4 anni.
E io me lo ricordo come fosse ieri che quella mattina, in piedi sulla tavola, chiedeva alla sua mamma di prepararmi la torta per festeggiare il mio compleanno.

E il 16 agosto 1979 moriva pure Tina Merlin. E da allora tutto è andato a puttane.

Il 16 agosto 1980 iniziano gli scioperi in Polonia sponsorizzati da Solidarnosc. E io facevo il tifo per loro, a quei tempi.
Figurarsi.

Lo scorso anno il crollo di Skype, quest’anno il crollo del record del mondo dei 100 metri.

Ho festeggiato, bene o male, 39 compleanni il 16 agosto.
Con feste, senza feste. A casa, in vacanza.
Un anno anche a fare la lavapiatti in un albergo in Val di Fassa: erano i miei 18 anni.
Uno in ospedale ed è stato il regalo più bello, ché il 16 agosto 2004 è nato il mio meraviglioso Cesare.

Troppe cose, in un giorno solo.


Fine di una guerra di trincea

Luglio è stato un mese così.
Grandi battaglie per vincere o perdere un briciolo di terreno.
Per non sapere se sperare. O non sperare.
O non respirare nemmeno più.

Ma dopo tante battaglie la guerra è stata persa.
Madama la morte è passata poco prima che questo luglio finisse.
Beffarda fino all’ultimo.

E non sarà più ciò che è, il confine. Né cio’ che non e’.
Ma ciò che sarebbe potuto essere, se avesse voluto. Se avesse potuto.
Se fosse stato.

Ciao, piccolo Thomas.
Vai.


Le mamme coraggio

Le vedo, quelle braccia che raccolgono la testolina.
Quell’abbraccio senza fine, fino all’ultimo respiro.
Gli occhi asciutti, che per piangere c’è tempo dopo.

La vedo, quella donna piegata ma non spezzata dal dolore.
Quella donna che ha visto cose disumane, portato pesi indescrivibili.
Che ha affrontato salite e discese da lasciar senza respiro.
Che ormai almeno so che siamo in cima, o in fondo, e che adesso non devo più stare col fiato sospeso.

Le mamme coraggio son tutte così.
Ritratti in bianco e nero dalle tinte troppo forti.
Dalle ombre troppo dure.

Cambiano i nomi, i tratti, gli affetti.
Ma lo sguardo è lo stesso.
Lo sguardo di chi ha visto il prima,il durante e anche il dopo.
Ché il dolore non ne fa di distinzioni.
Strappa via brandelli di cuore a morsi sfilacciando la carne ben bene.

Le mamme coraggio son quelle che sanno di non essere mamme coraggio.
Ché mica l’han potuto scegliere.
E se avessero potuto non l’avrebbero scelto.

Le mamme coraggio son quelle che non sentono il bisogno di urlarsi.
Ché sanno quel che sono.
E quel che avrebbero voluto essere: donne.
Mamme.


Kapuro

Io l’avrei voluta chiamare Tullia, ma mio fratello no: lui voleva il gl.
E l’ha avuta vinta lui ed è stata Tuglia.
Ma per poco, che alla fine è diventata per tutti Kapuro.

Sì, perché fin da piccola ha dimostrato la sua indole di cane testardo e incosciente. Gaburo per i trentini. Kapuro, per la mia amica svizzera, la cui parlata non comprende consonanti men che dure.

Tale padrone tale cane, del resto.

E tu, Kapuro, l’hai aspettato il tuo padrone.
Hai aspettato che tornasse a casa dopo un mese di ospedale. E hai aspettato anche che la tua padrona si riprendesse dalla febbre improvvisa che l’ha presa al ritorno del suo compagno di vita.
Lì, ai piedi del loro letto, hai aspettato.
Solo quando sei stata certa che tutto era a posto, solo allora, ti sei lasciata morire.
E fino all’ultimo hai tenuto alta le testa, per guardarci negli occhi mentre ti venivamo a salutare.

Fai buon viaggio, Tuglia, un melo e un mandorlo ti faranno compagnia.


Web 2.0

Non so da quanti anni navigo in rete.
BBS, minitel, internet quando non c’era ancora il web, iRC, forum, newsgroup.
Eoni fa.

Eppure le discussioni son sempre sugli stessi massimi sistemi.
Ad essere cambiato è il livello delle discussioni.
Molto peggiore adesso di tre lustri fa.

Pochi sanno come si discute, ancor meno sanno argomentare le proprie opinoni.
Molti non sanno nemmeno di averle delle opinioni.
Troppi non conoscono nemmeno le basi della sintassi e dell’ortografia.
Il vocabolario, questo sconosciuto.
Eppure tutti si sentono in diritto di dire la loro.
Anche quando la loro è un nulla condito di niente.

Non so se la massificazione dell’accesso a internet e, ancor piu’, della possibilità di produrre contenuti sia stato un grande affare.
Ché il più è solo uno sbrodolarsi addosso.
Fuffa scritta male e sostenuta peggio.

Con un triste contorno di lei non sa chi sono io, questo è il mio blog e si fa come dico io, i commenti non richiesti e non graditi saranno polverizzati all’istante, questa è casa mia e qui io sono la Via, la Verità e la Vita.
Ché non si dica mai che si possa imparare qualcosa sentendo punti di vita diversi dal proprio.

Mala tempora currunt.

C’è del marcio in Danimarca

La messa è finita, andate in pace.