Nicola Tommasoli sta morendo, forse si può dire che sia già morto.
Ché la commissione medica si è riunita per dichiarare la morte cerebrale.
Nel frattempo sono in carcere tre dei suoi cinque aggressori. Gli altri due sarebbero all’estero, con la complicita’ della madre di uno dei due.
Ragazzi di buona famiglia, dicono.
Di estrema destra, dicono.
Ché a Verona va di moda esser di estrema destra, dicono.
Ché non se ne può più di zingari. Di ebrei. Di barboni. Di femminucce.
E intanto Nicola Tommasoli sta morendo.
Per cinque deficienti che non sanno nemmeno dove incomincia il viver civile e pretenderebbero di insegnarlo agli altri.
Ferrara si riempie la bocca con la frase “strage eugenetica”….
E io ripenso a mia sorella, alla sua seconda gravidanza interrotta alla 22ma settimana, dopo l’ecografia morfologica che diagnostico’ alla sua bambina nanismo tanatoforo, idrocefalo, spina bifida.
Ripenso al dolore di mia sorella, alle sue mani posate sulla pancia, le lacrime che cadevano su quelle mani posate con delicatezza su quella bimba tanto voluta, di cui iniziava ad avvertire i primi movimenti.
Ripenso a lei seduta al tavolo della cucina, che si alza, va al frigo e tira fuori la bottiglia della vodka. Ripenso a me che le dico dai, non bere, e lei con un sorriso amaro tra le lacrime “perchè? perchè fa male alla bambina?”
Ripenso a due ginecologi che le hanno detto che assolutamente doveva interrompere la gravidanza “ma non con me, signora, io sono obiettore…”
Ripenso a quando l’ho vista scomparire dietro il vetro della porta del reparto di ginecologia, la sua schiena minuta, un po’ curva, ripenso alla sua andatura un po’ ondeggiante da donna incinta.
Ripenso a tutto questo ogni volta che vado a casa sua e vedo l’albero di mimosa che ha piantato in giardino con le sue mani, pochi giorni dopo l’aborto, per la sua bimba mai nata. La bimba che avrebbe chiamato come l’eroina di un romanzo avventuroso, che avevamo letto entrambe.
I numeri della strage eugenetica paventata da Giuliano Ferrara sono quantomeno risibili: 3585 aborti terapeutici di cui 929 oltre la ventesima settimana (dati relativi all’anno 2005).
Giusto per sapere di cosa sta parlando.
Per certi versi avere due figli equivale alla morte civile: non vedi più nessuno, non senti più nessuno.
Non scrivi neanche più.
Di uscire da soli, poi, non se ne parla nemmeno.
Il solo ipotizzarlo potrebbe indurre a pensare alla necessita di un ricovero immediato per evidenti e manifesti disturbi psichici.
Ma oggi era San Valentino. E i bimbi li abbiamo lasciati ai nonni.
Ché in gioco c’era ben più di quattro rose o due candele sul tavolo di un ristorante.
Il dicembre 2004 me lo ricordo bene. Cesare tornava a casa dopo cinquanta giorni di ricovero, di cui venti sospeso tra la vita e la morte. Vivo, straordinariamente vivo.
E anche Miryam quel dicembre non lo dimenticherà mai.
Ma il suo dicembre 2004 è come un enorme pensiero chitinoso sul cuore.
Una ferita ancora aperta. Aperta per sempre, forse.
Oggi, San Valentino, eravamo in piazza per cercare di difendere la 194, una delle poche leggi che tutelano noi donne.
Per Miryam, per me, per tutte le donne che non c’erano.
Per le ragazze, che, evidentemente, non ritenevano importante esserci, che è roba politica e la politica io non la capisco.
Per gli uomini, che hanno brillato per la loro assenza.
Per tutte quelle che hanno dovuto scegliere
Scegliere si sè, della propria pelle, della propria vita.
Chè di quattro rose, due candele e il brillocco si può fare a meno.
Della dignità no.
Quello bulgaro l’aveva allontanato dalla Rai e da tutti noi che, magari non l’ascoltavamo, ma l’avevamo come certezza.
Un po’ come il sole che sorge ogni mattina.
Quello del suo cuore ce l’ha tolto del tutto. Enzo Biagi non sorgerà più.
Oggi il mondo è molto più grigio.
Questo blog era morto a causa di una donna. E adesso (non dopo tre, ma dopo 25 giorni, Neeta… ) riprende per merito (o colpa?) di altre donne.
Io non ho mai capito le donne. Non ho mai apprezzato la profondità pozzangherale dei discorsi da donne. Non ho mai compreso le piccole, risibili, manovre per diventare regine di una qualsivoglia corte dei miracoli. Non ho mai condiviso il bisogno, squisitamente femminile, di espiare, di immolarsi, di sentirsi poco degne, di farsi gestire, di lasciare ad altri il compito di decidere sul loro conto, la loro vita, la loro mente e il loro corpo.
E’ un po’ che ci conosciamo. E’ un po’ che facciamo strada insieme. E’ un po’ che ci confrontiamo.
E, ancora oggi, mi stupisco di come e di quanto abbia imparato da loro.
Donne che amano vivere pericolosamente.
Ché spogliarsi fino alla carne è solo dei pazzi e di chi non teme né il giudizio della pubblica piazza né di se stessi.
Ché il sostenere le proprie idee anche quando arrivano rasoiate di traverso è di chi ha le basi di granito.
Ché non cercare scappatoie alle regole, ma battersi per cambiarle e farlo fino alle lacrime è di chi crede ancora in qualcosa.
Ché mettersi in gioco, davvero, è pericoloso.
Donne che camminano sempre a testa alta.
Donne che non si piegano alla vita.
Donne che sanno guardare lontano.
Grazie donne, per essere entrate nella mia vita. Grazie per avermi dimostrato che la differenza tra donne e donn(icciole) è tutto fuorché trascurabile.
E grazie per le discussioni degli ultimi due giorni che mi hanno fatto tornare la voglia di scrivere qui.
Priebke ne era convinto, fino a stamattina quando, in motorino, il suo avvocato era venuto a prenderlo per portarlo al lavoro.
Ma poi le proteste.
E alla fine il giudice militare Isacco Giorgio Giustiniani ha revocato il permesso di allontanarsi dalla sua comoda casetta per andare dal suo avvocato.