Giovanni Falcone e Francesca Morvillo

Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana

Una giornata caldissima, per essere maggio.
E la testa presa da cross section, scattering e modelli a shell.
In sottofondo un’eco lontana degli inutili scrutini per l’elezione del Presidente della Repubblica. La faccia di Forlani, che non riusciva ad essere eletto.

500 Kg di tritolo.
Per ucciderlo 500 volte.
Lui, Giovanni Falcone.
Il giudice che aveva avuto il coraggio di mettere le mani nella piaga purulenta di Cosa Nostra. Che aveva cercato di portare alla luce del sole i nessi con la politica romana.
E Francesca Morvillo, una donna che aveva accettato di dividere con lui una non-vita fatta di rinunce e voglia di giustizia.
E Rocco Di Cillo. E Vito Schifani. E Antonio Montinaro.
Che per mantenere la famiglia vivevano ogni giorno sul filo del rasoio.

E quella sera, davvero, sembrava che il sole fosse tramontato per sempre.
Di sicuro era tramontato quel sogno di legalità che si incarnava nel giudice Falcone, nel suo amico Paolo Borsellino e in tutto il loro pool.

Il giorno dopo il cielo era meno azzurro e l’aria meno calda.
Il giorno dopo aleggiava, assordante, il muto sospiro di sollievo della politica italiana.
Il giorno dopo avevamo un nuovo capo dello stato.

Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande.
Giovanni Falcone

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