Una proprietà

L’angelo de focolare – questo è quello che, alla fine, ci si aspetta che sia una donna.
Quella che mette in tavola il pasto. Quella che partorisce e accudisce i figli. Quella che stira le camicie.
Perfetta. Pura.

Quella che sta sempre dalla parte dell’uomo che ha accanto. Quella che lo aiuta ogni giorno. Quella che magari sta un passo indietro.
Sia mai che offuschi il suo splendore.

Quella che se lui ha un’altra deve fingere di non vedere. Quella che anche se non ci si ama più si sta insieme per i figli. Quella che viene affidata dal padre al marito, che il matrimonio è una cosa sacra.
E così sia nei secoli dei secoli, amen.

Quella che non deve rompere l’ordine costituito. Quella che deve dire sempre sì. Quella che non deve innamorarsi di un altro. Quella che se lo fa diventa una donna indegna.
Una madre indegna.
Da toglierle i figli, il pane, l’aria.

Quella che se non accetta l’angelico ruolo deve essere spezzata.
Ammazzata. Annientata.
Ché tanto, in fin dei conti, è solo una donna.

Praticamente una proprietà.
Di poco valore, oltretutto.

Diversamente servizi.

Questo per me è stato l’anno del grande tracollo.
E per questo mi son trovata a gironzolare per ospedali, laboratori, ambulatori più di quanto non fosse successo nei 43 anni precedenti.

L’ultima è stata la grande colica di agosto.
Colica biliare, ultimo giorno di vacanza.

Eravamo in trentino e dopo 12 ore di vomito mi hanno portato all’ospedale di Rovereto.

Esami de sangue/buscopan/eco in pronto soccorso/eco dallo specialista/ricovero.
Tempo di attesa: meno di mezz’ora.
Tempo passato in pronto soccorso fino al ricovero: meno di due ore.

10 giorni di ricovero in cui mi han rivoltato come un calzino fino cambio di reparto col passaggio da medicina a chirurgia.

Colecistectomia in laparoscopia (20 minuti), 48 ore dopo dimissioni.

Ieri visita di controllo, arrivando da Bologna ero in ritardo di una decina di minuti.
Ho chiamato per avvisare.
Quando sono arrivata sono entrata immediatamente e 15 minuti dopo ero già fuori dall’ospedale.

Oggi invece dovevo prenotare una visita a Bologna.
Arrivo al CUP del Roncati alle 12:10, ci sono 9 numeri prima di me.
Alle 12:29 ho 6 numeri prima di me e la solerte impiegata toglie il distributore.
Alle 12:30 arriva una donna superincinta. Di quelle col pancione a mongolfiera.
Deve prenotare una visita, la mandano via sgarbatamente, perché alle 12:30 lo sportello chiude e c’è ancora la fila fuori da smaltire.
Esce in lacrime, le chiedo se vuole il mio di numerino, ma corre via.

Alle 12:50 arriva il mio turno, ma solo per abbandono di campo dei 4 concorrenti prima di me.
E la visita non me la prenotano nemmeno, perché l’impegnativa è senza firma del medico e non posso portargliela a firmare dopo aver prenotato.

Quel che si dice essere a disposizione dell’utente.

E non è manco un’eccezione, devo dire:
Per delle analisi al Maggiore ho aspettato un’ora e dieci rispetto al l’orario dell’appuntamento.
Per una TAC urgentissima (grosso ascesso in addome), il giorno dopo (e il referto sarebbe arrivato in una settimana).
Per una visita chirurgica son rimasta due ore in sala d’attesa e per una senologica un’ora e quaranta.

Ecco, come dire, proprio lo stesso livello di servizio di Rovereto, che avrà un bacino d’utenza più piccolo di Bologna, ma l’ospedale stesso è molto più piccolo e ha molti meno medici, infermieri e addetti.

E, per dirla fino in fondo, a Rovereto si mangia pure bene.

Il mistero della vita

eco

Una donna arriva disperata dal suo ginecologo e disse : Dottore Lei mi deve aiutare, ho un problema molto, ma molto serio.. Mio figlio ancora non ha completato un anno ed io sono di nuovo incinta, non voglio altri figli in un cosi corto spazio di tempo, ma si con qualche anno di differenza.. Allora il medico domandò: Bene, allora Lei cosa desidera che io faccia? La Signora rispose: Voglio interrompere questa gravidanza e conto sul suo aiuto. IL medico allora iniziò a pensare e dopo un lungo silenzio disse: Penso che abbia trovato un metodo per risolvere il suo problema meno pericoloso per Lei. La signora sorrise pensando che il medico aveva accettato la sua richiesta.. IL Dottore continuò a parlare: Allora cara signora, per risolvere il suo problema e non stare con 2 neonati in un così corto spazio di tempo, uccidiamo questo che è fra le sue braccia, cosi lei potrà riposare per 9 mesi finche avrà l’altro. Se dobbiamo uccidere, non fà differenza fra questo o quell’altro, anche perchè sacrificare questo che lei ha tra le sue braccia è molto più facile, perchè non ci saranno rischi per Lei. La donna rimase molto più che disperata e disse: NO dottore uccidere un bambino è crimine!! Il dottore rispose: Anch’io la penso come Lei, ma Lei era tanto convinta che ho pensato di aiutarla. Dopo alcune considerazioni, il dottore capì che la sua lezione aveva fatto il suo effetto, e riuscì a far capire alla madre che non c’era la minima differenza fra quello tenuto in braccio e quello dentro del suo ventre.. Sorrise e disse: ci vediamo fra una settimana per la prima ecografia e per sentire il cuoricino del fratellino.. Se ti piace Condivide.. Possiamo provare assieme a salvare una vita!

 

 

Questa è una simpatica storiellina, che da settimane gira su faccialibro e, ad oggi, ha avuto 21574 condivisioni, mica balls.

Io la trovo di una violenza inaudita.

Un medico fa a brandelli una donna per farle fare quello che lui pensa sia giusto per lei. Come se la sua vita, il suo cuore, il suo cervello fossero niente di fronte al suo utero. Una donna, non un’incubatrice del cazzo.

Sono passati 35 anni dall’entrata in vigore della legge 194, ma siamo ancora al punto che la donna, con  i suoi desideri, i suoi sentimenti e (se volete) anche le sue debolezze viene considerata meno di niente, quando si parla di aborto.
Come fosse solo povera sciocchina che non sa cosa sta facendo, che non si rende conto dell’orrore di quello che vuole fare.
Una sciocchina che urge essere riportata sulla retta via ché non si può credere che lei abbia un cervello e lo sappia usare per decidere.

Fidatevi, quando si tratta di scegliere su suo figlio una donna sa sempre quel che fa. Sa di essere in una no-win situation, sa che non ci sono vie semplici, sa che qualsiasi scelta non sará gratis e che a pagare sarà sempre e solo lei. Lo sa bene.
E lo conosce fino in fondo lo strazio che ha nel cuore, anche senza che uno stronzo si senta in diritto di farla soffrire un po’ di più.
Ché per tutti questi moralisti in preda di bramosie salvifiche, la vita in senso astratto é sacra, ma la sua, di donna e di madre, in fin dei conti non lo é. Proprio per niente.

Io ci sono stata su un lettino dove un medico pretendeva di decidere per me. E quel medico, per pararsi il culo, voleva che ricorressi all’aborto terapeutico perché il figlio che aspettavo, un figlio tanto amato e tanto desiderato, non era perfetto.
Al grido di anche se uscisse vivo dalla sala operatoria, cosa volete che campi?, siete giovani, ne avrete altri. Robine così.

Da quel giorno la crudeltà mentale per me ha un nome e una faccia.
Che somiglia tanto a quella dell’ipotetico medico di questa storiellina scritta solo per far moralisticamente leva sul buoni sentimenti.
O sul miserabile bisogno di sentirsi migliori sulla pelle degli altri.
Ché, quando non ci si deve sporcare le mani con la vita, basta poco a mettersi sul piedistallo dei migliori.

Mi spiace, signori miei, non ci sono migliori.
Ognuno fa quel che può, quel che lo fa soffrire meno, quel che lo fa sentire meglio. Ognuno fa quel che umanamente gli risulta possibile.
Non si è eroi a mettere al mondo un figlio, non si è bestie se non ci si sente farlo.

Non c’è nessun mistero della vita, ché manco Giacobbo oserebbe tanto.
Ci son le leggi della biologia, grazie alle quali ognuno di noi è qui. E c’è la coscienza, che ogni giorno ci impone di fare delle scelte.
Non imporle agli altri sarebbe già qualcosa.
Non sentirsi così tanto meglio degli altri da imporre loro in toto la nostra coscienza, sarebbe ancora un passettino di più.

E lo ribadisco: questa storiellina fa schifo, come tutto quello che ci sta dietro.