Ululisse day

IMG_1289Ecco, son le quattro del mattino.
E son qui, sveglia, come 10 anni fa. Senza aver dormito, come 10 anni fa.
Tra poche ore saremmo usciti dalla casa di Paolone per arrivare in ritardo, come sempre, in ospedale.
Giusto in tempo perché non mollassero i cani da riporto.
E poco dopo sarebbe arrivato tra noi il nostro Ululisse, un esserino enigmatico, pronto a sconvolgere ulteriormente la nostra vita già scombinata.
(A proposito, Uli, grazie di avermi scelto come mamma. E grazie ancor di più per aver i scelto perché ti piace come mi arrabbio)

È buffo, commentavamo io e Fed nei giorni scorsi, come il fatto di avere 10 dita ci porti a dare grande valore a quanto è riconducibile a quel 10.
Però, insomma, a me sembra incredibile che quel ragnetto che mi stava in una mano ormai abbia 10 anni.
Lo so… lo so… lo dicono tutte le mamme, lo dicono a ogni decina, ma per una volta concedetemi un po’ di melensaggine.

Tanti auguri, little boy.

Il problema del latte

Mamma, mi fai il latte?

È l’alba, ti sei addormetata da poco ma lui -Ulisse- arriva impietoso.

Il latte col Nesquik!

Maledetta pubblicità. Se non avesse in testa il Nesquik, il latte non lo chiederebbe. Forse.
Inutile anche biascicare un il latte è finito!, ché lui lo sa che c’è la scorta.
In bella mostra, sopra il frigo, a due metri e mezzo da suolo.

Mamma, mi fai il latte?

Ancora? Figlio ingrato e senza pietà.
Ti alzi, vai in cucina, ti metti in punta di piedi e prendi il latte (le braccia da orango sono più utili di quel che si crede).
Tazza di yoda e microonde. Un minuto.

Ulisse si è preso il Nesquik e il cucchiaino. E il tovagliolo, ché non si può mica far colazione senza tovagliolo.

Gli dai la tazza e torni a letto, prima che il bolso smetta di meditare impedendo definitivamente di recuperare qualche minuto di sonno.

Mamma il latte è troppo caldo strilla la vocetta petulante (Ulisse è una suocera. Per definizione).

Non è possibile che sia troppo caldo: tazza, microonde, un minuto.
Come tutte le volte.

Io lo so perché è troppo caldo. Il latte di solito lo prendi dal frigorifero, ma questa volta l’hai preso da sopra il frigorifero.
Ma fuori dal frigorifero la temperatura è più alta, quindi partendo da una temperatura più alta alla fine è più caldo del solito
.

Care maestre, son cazzi.
Vostri.

Consapevolezza

Fino a ieri quel pezzo di strada ti sembrava tanto lungo.
E pieni di periiiiiiiiiicoli, come per i cappuccetti, di cui ti raccontava la storia papà.

Oggi invece no, oggi è un po’ diverso.
E hai preso i tuoi libri e sei andato in biblioteca a restituirli per prenderne degli altri (sempre sugli animali, immagino, caro il mio scienziato Cesare G).
E, giusto per non morir di fame per la strada (che potrebbe anche farti far brutta figura, in effetti), sei anche andato in panificio a prender la parigina. Ché la trovi solo a Brentonico la parigina e ti piace tanto. E son certa che non è arrivata a vedere l’ultimo dei 50 metri che separano il panificio dalla biblioteca.

E hai portato anche Dido con te, perché sei grande e tuo fratello lo guardi tu.
E poi le parigine piacciono anche a lui… mica può restar senza la sua parigina un bambino, vero? Forse la sua ha pure varcato la soglia della biblioteca.

E poi… e poi… anche nei giorni scorsi ti ho visto sai?

Ti ho visto con le lacrime agli occhi quando stavamo uscendo dalla casa dei nonni per portare al pronto soccorso Ulisse.

Lo riportate subito a casa, vero? Non lo lasciate mica in ospedale, vero?

Ti ho visto quando gli hai detto che era fortunato a stare in ospedale, perché aveva molti servitori, il bagno a sei passi e la cucina vicina e poteva prendersi tutte le bottigliette di acqua che voleva
E ti ho visto stringere i denti sul ponte tibetano tra gli alberi. E ho visto che avevi paura. Ma, come hai fatto tante tante altre volte, non ti sei arreso e sei arrivato in fondo. E ci sei tornato ancora. E poi ancora. Per vincere la paura ogni volta un po’ di più.

E ti ho visto correre a perdifiato con gli amici in una malga in mezzo ai monti. E poi toglierti la maglietta.

Mamma, ma come hanno fatto i dottori a farmi tutte queste cicatrici?

Tesoro, hanno dovuto tagliarti per arrivare al tuo cuoricino e così poterlo riparare.

Ma allora io ho rischiato di morire.

Già tesoro, hai rischiato di morire, ma, come sul ponte tibetano non ti sei arreso.
Ma questo non te l’ho detto.
Ti ho solo abbracciato stretto stretto.