Parigi non è solo

 

Parigi non è solo una nota meta turistica.

Parigi non è solo la ville lumière.

Parigi non è solo le foto dalla piramide del Louvre o dalla torre Eiffel.

Parigi non è solo l’accento francese.

Parigi non è solo un tricolore sulla foto profilo. 

Succede che da quando sei piccolo hai amici francesi e parigini.

Succede che finisci per studiare il francese alla scuola media e trovare il miglior professore di francese del mondo al liceo (che, ovunque sia ora, sarà attaccato su twitter, con la vista ritrovata).

Succede che ti fanno studiare i romanzi dell’800 e ti sembra di conoscere ogni strada e ogni piazza.

Succede che quando ci vai e ci torni in vacanza ti innamori anche i marciapiedi, per non parlare del metro dove ti aspetti di incontrare Zazie.

Succede che in questo momento 15 ex studenti di liceo che hanno le lacrime agli occhi mentre sono incollati alla rete e pensano al vocione di quel professore che vagava tra i banchi. 

Succede che alcuni di loro ci sono andati a vivere a Pairigi, tanto le hanno voluto bene e noi dall’Italia ci preoccupiamo.

Parigi non è solo i cugini francesi.

Parigi è dentro di noi.

E fa molto male.

Apple configura anche i teatri

Everything visible inside the Bill Graham Center was installed by Apple. Most of the structure was built just for the event. They even bought all the seating — you should probably contact Apple if you’re looking to buy theater seating. Effectively, Apple designed and built their own custom theater just for this event. It looked great.

via Daring Fireball: Brief Thoughts and Observations Regarding Today's 'Hey Siri' Apple Event.

All’evento di presentazione di iPad Pro, iPhone 6S, Apple TV Apple ha curato anche l’allestimento interno del teatro, nonché audio e video.

Razza di deficienti!

Razza di deficienti! è un celebre racconto breve del compianto Isaac Asimov ed è anche un commento che mi viene spontaneo quando leggo le conseguenze di scelte informaticamente scellerate:

Nel caso non vi fosse ancora chiaro, dal 6 di Luglio uno dei più sofisticati e perfezionati sistemi di intercettazione a livello globale è libero e disponibile a chi ha anche limitate capacità di comprendere ed installare il codice che si trova all’interno dei Torrent. Significa che in capo a pochi giorni assisteremo alla messa online di installazioni di “Black RCS” o “Black Galileo”: installazioni “pirata” del software con bersagli decisi dai criminali. E questi bersagli possono benissimo essere politici, magistrati, competitor o anche – nel caso di paesi diversamente democratici – attivisti e oppositori di regime.
“Liberando” il codice si da l’opportunità a chiunque di replicare, migliorare ed installare una delle più sofisticate armi digitali in circolazione.

Nel post HackingTeam: di cosa dovete DAVVERO aver paura, Matteo Flora ci spiega questa e altre deprecabili conseguenze dell’affaire Hacking Team.

Non è solo il titolo del racconto di Asimov ad essere calzante: la trama stessa sembra fatta apposta: creare armi che non si è in grado di controllare e sperimentarle su di essi. Come se non bastasse, perderne il controllo e lasciarle in mano a chi si voleva combattere.

La Rete, 20 anni dopo

zeldman.com ha compiuto 20 anni. Jeffrey Zeldman, pioniere e profeta degli standard web, coglie l’occasione per dare un lungo sguardo indietro al cambio di abitudini indotto dal cambio di tecnologie. Di tutto il lungo pezzo mi ha colpito questo passo:

Today, because I want people to see these words, I’ll repost them on Medium. Because folks don’t bookmark and return to personal sites as they once did. And they don’t follow their favorite personal sites via RSS, as they once did. Today it’s about big networks.

Oggi tutto ruota intorno alle grandi reti, intese come grandi infrastrutture di servizi: grandi community, grandi pubblicazioni massificate.

Una volta credevamo di abitare in piccoli quartieri di casette monofamiliari invece oggi ci ritroviamo incasellati nei grattacieli della grande metropoli. Possiamo ancora abitare nel nostro blog di periferia ma per partecipare alla vita attiva dobbiamo frequentare il grosso centro commerciale di Facebook, scrivere i nostri pensieri e conversazioni sulla bacheca di Twitter e gli scritti lunghi sulle riviste di Medium. Se vogliamo essere notati o lasciare un segno visibile sulla rete dobbiamo quantomeno ripubblicare i nostri contenuti in casa d’altri. Regalandoglieli.

Questo meccanismo accentratore non ha risparmiato nemmeno la posta elettronica, la modalità di scambio di informazioni decentrata per eccellenza, quella che aveva reso indipendente ogni nodo della rete molti anni fa. Prima di avere tutti un accesso personale ad Internet, nei primi anni 90 eravamo soliti ritrovarci nelle BBS, server raggiungibili solo tramite connessione telefonica che comunicavano tra loro a intervalli regolari scambiandosi messaggi.

Finché ci si parlava sulla stessa BBS si attuava una configurazione “a stella”: tanti utenti si connettevano nello stesso punto depositandovi messaggi pubblici e privati. Al crescere dei nodi della rete di BBS e, successivamente, applicando lo stesso modello ai nodi della rete Internet, la configurazione per lo scambio dei messaggi cambiava: l’utente A si connette al nodo a lui vicino che trasmette il messaggio ad un altro nodo vicino all’utente B. I due nodi possono non avere niente in comune, essere di proprietà diverse e appartenere a reti diverse. Era il bello della rete, la sua intrinseca orizzontalità e democrazia diffusa.

Oggi tutto questo è ancora vero sul piano strettamente tecnico: ci sono ancora moltissimi fornitori e server di posta che si scambiano messaggi in maniera indipendente ma i comportamenti collettivi degli utenti della rete li portano a utilizzare solo i servizi di posta dei grandi colossi: Google, Apple, Facebook. Molto facili da usare, molto seducenti, soprattutto perché “tutti gli usano”.

Sempre dal punto di vista tecnico questi colossi possiedono una moltitudine di server ma dall’utente sono visti come punto di ingresso unico: un cloud, ma non importa come lo chiamiamo. Quando vogliamo mandare un messaggio dal nostro indirizzo Gmail ad un nostro amico che, con tutta probabilità avrà anch’egli un indirizzo Gmail, ci connetteremo ad un server di Google e così lui o lei (o asterisco) si connetterà ad un server di Google per leggerlo.

Di nuovo una configurazione a stella, con un centro un po’ sfumato ma pur sempre a stella. Siamo dipendenti da pochi grandi nodi in mano a pochi grandi colossi.

Un discorso ancora più deprimente si potrebbe fare per i sistemi di messaggistica istantanea e chat che non hanno mai realizzato di fatto una vera configurazione federata ma preferisco tenermelo per un altro post per non rovinarmi questo giorno di ferie.

20 anni dopo (forse qualcosa di più, nel mio caso) ho trovato una rete di tecnologie che va ben oltre quello che mi sarei augurato di trovare ma ho trovato anche una rete fatta di economia, capitali e comportamenti sociali che sembra riprodurre pattern umani preesistenti senza promuovere una vera evoluzione.

La politica della rete

Massimo Mantellini su Il Post getta molti semi di riflessione su come uno stato (e il suo Presidente) dovrebbe affrontare una politica per la rete

La politica delle reti non si fa nei convegni. Non si fa raccontando sui giornali i casi di eccellenza. Non si fa aggiungendo aggettivi agli articoli della Costituzione. Non si fa ripetendoci fra noi quanto il digitale sia sexy. Non si fa con le startup. Non si fa con le stampanti 3D. Non si fa su Twitter. La politica delle reti non è mobile first, al contrario andrebbe ancorata da qualche parte. Possibilmente dentro le nostre teste.

Il pezzo è da leggere per intero.

Aggiungo solo che se lasciamo la politica delle reti al marketing delle Telco, i cui spot ritraggono allegre combriccole di giovani che saltano e ballano sulle spiagge con i loro tablet guardando musica o calcio, avremo lo stesso effetto di promuovere la lettura tramite le pubblicità dei giornali: il grosso dell’utenza confluisce sulla Gazzetta dello Sport, letta al bar. Con l’unica differenza che sfogliare un giornale rosa non ti prosciuga il portafoglio come guardare filmati da una scheda a traffico limitato.

Pappanoinweb: gran finale dedicato a Meyerbeer

Si chiude stasera la serie di concerti di Pappanoinweb di cui vi avevo già parlato.

La serata è dedicata a Giacomo Meyerbeer e vedrà protagonisti oltre alla direzione di Antonio Pappano, la voce del soprano Diana Damrau.

Di ritorno dalla piscina dei bimbi mi sintonizzerò sullo streaming e su Twitter mediante l’hashtag #pappanoinweb.

Non c’è input senza output

Sono diversi giorni che sentivo l’esigenza di tornare a scrivere quando poco fa mi imbatto su un invito a scrivere apparso su friendfeed (no link: c’è il lucchetto). Corro ad approfittarne.

L’esigenza mi è nata dalla lettura di una grande quantità di cose interessanti e dalla percezione di non riuscire a trovare il tempo per formulare qualsiasi pensiero da esse derivanti. Una sorta di blocco digestivo ma non solo.

Leggere i post degli altri senza scrivere è come mangiare senza correre, ascoltare musica senza suonare ma anche capire veramente quello che si è letto senza dargli una forma

We often don’t know what we think until we write it down

(Euan Semple, The Written Word)

Il fiume di informazioni, grandi e piccole, strutturate o amorfe, pensieri o trattati, battute o cose serissime, che ci passa davanti se non viene incanalato e poi decantato nella nostra mente finisce per stordirci. E il nostro cervello si atrofizza, le azioni si sciolgono nel pigro clic su like.

E il pensiero va agli abitanti della Axiom.

E’ ora di ricominciare. Grazie, Bat.

His name is still on the door

Tim Cook ricorda Steve Jobs e il suo credere nell’innovazione, il semplice contrapposto al complesso, lo stare focalizzati, la lotta per la perfezione; tutti valori che sono ancora presenti nell’Apple di oggi:

Potresti mettere tutti i prodotti che Apple produce oggi su questo tavolo, ogni singolo prodotto. E i ricavi quest’anno ammonteranno probabilmente a 180 miliardi. Probabilmente non c’è nessun’altra azienda sulla Terra che potrebbe dire lo stesso.

 

Molti anni dopo

Un blog e’ un viaggio, si fa piu’ per se stessi che per il resto.

(Via un blog di dieci anni – [mini]marketing)

Gianluca con la consueta scanzonata nonchalance festeggia i suoi dieci anni di blog offrendoci un piccolo trattato sociologico della blogosfera, di chi scrive ancora (quando si ricorda) per se stesso e di chi scrive per gli altri.

La rete si è de-elitizzata ma questo non ci ha reso più intelligenti e il pensiero corre ai FATE GIRARE!1! E alla loro pretesa di trasmettere contenuti in grado di cambiare il mondo con vignette taroccate e decontestualizzate.

Io penso che il blog rimanga una scialuppa per i propri pensieri, sempre pronta a salvarli dal mare delle dimenticanze, anche se viene usata poco e lasciata lì, coperta di salsedine a subire gli spruzzi dei flutti di Facebook e Twitter.