Giurisprudenza del carnevale

Il piccolo neocinquenne torna ieri dalla sua festa di carnevale. Col cappello da pirata in testa sentenzia solennemente:

– A carnevale quasi tutti gli scherzi valgono…

Il settenne lo corregge con fare da Accademico della Crusca:

– A carnevale ogni scherzo vale!

E il piccolo:

– No, perché se ad esempio uno ti tira un pugno sul petto così [thump!] e poi dice “era uno scherzo di carnevale”, quello in realtà non è uno scherzo che vale!!

Piccolo grande uomo

Cesare ne ha passate tante. Proprio tante. Ma alla fine è cresciuto. E gli riesce sempre di farlo col sorriso sulle labbra.

Dentro di noi è sempre stato quello che va accudito, senza farsi accorgere certo, ma va accudito e rassicurato.

E così il seienne alle soglie dei sette anni da un po’ si sveglia all’alba orgoglioso di non dipendere più dalla traversa sul letto, come se non ne avesse mai avuto bisogno. Chi, io?.

Accudire Cesare tramite l’autonomia, le piccole autonomie che piano piano formano l’autonomia. Così a scuola faceva il cameriere e ora porta via la tazza del caffé senza rovesciarla. Si veste da solo la mattina con scelte buffe ma sempre adatte alle intemperie e soprattutto ai suoi gusti. Si fa trovare pronto. Se ti svegli alle sei devi pur passare il tempo fino alle 8, noh?

Fu così che all’alba del tre giugno, due genitori drogati dal riposo inatteso della festa della Repubblica non sentirono la sveglia. Un pimpante quasisettenne, vestito di tutto punto arriva a 15 minuti dall’autobus a svegliarli, mostrando orgoglioso le scarpe che lo rendono pronto per uscire e con la massima naturalezza dice: ho portato il biberon col succo a Dido! E poi corre a vestirlo che mancano 10 minuti, gli sceglie i pantaloni, la maglia giusta, va a prendere gli zaini.

E il terzetto degli uomini di casa esce perfettamente in orario caricando i piccoli sullo scuolabus senza correre.

Il piccolo Cesare terrorizzato dalle novità, dai cambiamenti, dalle situazioni nuove, ora ha trovato la sua strada.

Ed è forte e felice.

Il mio cuore vola alto come un falco.

[sfocatismo] into the sunset

L’ometto

Mattina difficile, stamattina.
Come tutte, più o meno.
Il cliché è sempre lo stesso: Cesare si sveglia all’alba e va da iMamy che lo prega di lasciarla dormire ancora un po’. Poi va da Ulisse, che mette la testa sotto il cuscino.
iPapy non sente niente.

Di solito dopo poco iMamy si alza, dà qualcosa da mangiare a Cesare (che ha fameeeeeeeeeee), convince Ulisse a svegliarsi/lavarsi/vestirsi, lo nutre, verifica che gli zaini siano a posto e torna a letto.
A quel punto entra in scena iPapy che maledice il mondo, si fa il caffè e li porta all’autobus.

Stamattina il meccanismo si è inceppato e iMamy, dopo una notte passata quasi tutta sveglia, non si è alzata proprio.
Cesare torna in camera dei genitori alle otto meno un quarto e cerca di svegliare iPapy che, quando capisce che ore sono fa un balzo che nemmeno il miglior leone del tempio di Amon a Karnak.

iPapy: … e… e… e… e Ulisse?
Cesare: è di là, sta facendo colazione. Gli ho preparato io il succo. Ne ho preso un po’ anche per me.
iPapy: ma è vestito?
Cesare: no, è in pigiama, ma lo vesto io.

E se ne va.
Dopo meno di cinque minuti Ulisse era vestito, scarpato e con lo zaino in spalla.
Entrambi pronti per l’autobus, davanti alla porta ad aspettare iPapy.

A questo punto non so se inorgoglirmi dell’ometto grande o vergognarmi dei genitori sgarruppati…