Stabilestazionario (part two)

Oggi era il giorno del controllo.
Il solito, quello che ci aspetta ogni anno.
Ma ogni anno le cose cambiano un po’.
Cesare è più grande, salta sul lettino da solo.
Si mette gli elettrodi per l’elettrocardiogramma. Un po’ giusti, un po’ sbagliati, ma da solo.
Guarda come cambia il grafico quando muove le braccia. Le gambe. Quando respira piano. Quando respira forte.
E solo ieri ne era terrorizzato dei coccodrilli.

Cesare è sicuro di sé, non teme il dottore. Non teme la sonda.
Non ha proprio più paura.
Ha fame però. E fa interrompere l’esame per mangiare una brioche, fortunosamente recuperata dall’infermiere.
Con negli occhi la stessa caparbietà di allora.

E’ stabilestazionario.
Che non è sempre un bene ma stavolta, di sicuro, lo è.

Good news

La sua faccia era quella sorridente di sempre.
Quella che per me ha l’armadietto 1 come cornice.
Il bicchierino del caffè in mano. La faccia sorridente. I capelli scuri. Il beige dell’armadietto. E un grande 1 dietro la testa.
La voce costernata.

Non ci credeva. Non ci credeva che Cesare fosse stato ricoverato di nuovo. Non riusciva a fare ipotesi su cosa potesse essere successo.
E girava il suo caffè. Come se berlo e andarsene da lì senza darci una risposta fosse insopportabile anche per lui.
Sei anni fa, di questi tempi.

Ed eccola lì ieri quella stessa faccia sorridente. In un corridoio al piano di sotto dell’armadietto 1, a far la gara con quell’altro, quello il cui nome è su tutti i balconi di Bologna, per vedere chi salutava Cesare per primo.
Che si vede che gli vogliono bene a ‘sto figliolo.

Poca attesa e la faccia sorridente ci chiama.
Cesare guarda interessato la foto delle sue ossa. Gli presenta Woody. Si fa auscultare dichiarandosi annoiato.

E sai allora che ti dico? Dice la faccia sorridente.
Che ci vediamo tra due anni.
Potremmo anche non vederci, in verità, ma facciamo che tra due anni ci vediamo.
E smettiamola con ‘sta aspirinetta, che tanto non ti serve più ormai

Non che questo voglia dire che è finita.
Ma vuol dir tanto.

Update: ora c’è anche il video.

Il controllo cardiologico

Non lo avevamo detto a nessuno che oggi ci sarebbe stato il controllo di Cesare dal cardiologo.
Perché? Boh, non lo so… forse perché le scaramanzie non dovrebbero servir più. O forse proprio perché servono comunque.

Comunque l’appuntamento era alle otto e mezza. E, puntualmente siamo arrivati alle nove meno un quarto.
Ma sarebbe cambiato ben poco perché di li a un minuto è arrivata una termoculla con un neonato. Cianotico.

E l’angoscia di quei genitori, che non erano nemmeno lì (probabilmente la madre era ancora in sala parto), è diventata l’angoscia di tutti.
E tutti l’abbiamo aspettata quella termoculla. Tutti in attesa di vederla uscire. E c’è voluto un bel po’.
Quasi tre ore.

Poi il tran tran è tornato quello solito. Fatto di elettrocardiogrammi. Di eco. Di stetoscopi. Di respironi.
E Cesare ha aspettato. Con pazienza. E con fame che è riuscito a placare pietendo cibo a destra e a manca.

A mezzogiorno l’hanno chiamato.
E lui è entrato come un ometto. Fiero dei suoi cinque anni e un po’. Dei suoi ventidue chili. Del suo metro e sedici.
E’ salito da solo sul lettino. E altrettanto da solo si è spogliato.

E si è messo in tutte le posizioni che ha chiesto la dottoressa, anche le più scomode, senza fare un frizzo.

Alla fine il responso: Il cuore è ben compensato. Nonostante la valvola polmonare che non c’è praticamente più non mostra segni di affaticamento. Il gradiente di pressione nel ventricolo destro è sempre lo stesso. E anche il flusso nella cava superiore è molto buono.
Probabilmente potrà restare così com’è per degli anni.

Per degli anni… anni, capite?
Da quando è nato Cesare nessuno aveva mai osato parlare di anni.
E’ un caso difficile… E’ una cardiopatia severa… Non è mica un bucanino qualsiasi… Chi lo sa come evolvera’?. A questo siamo (eravamo?) abituati.
Mica a sentirci dire che sì, l’homograft andrà cambiato (del resto quel condotto era di un bambino di dieci anni 🙁 🙁 ), ma non ancora. E non presto.

Non so spiegarvi com’è stato.
Troppo. Di sicuro troppo.