Domande difficili, risposte difficili

Stiamo rientrando a casa, dopo una cena prenatalizia con gli amici quando nel buio della macchina rimbomba una, anzi la, domanda:

Ma perché quando ero piccolo sono stato in ospedale due volte?

Due genitori con un unico grande fumetto sulla testa E questa da dove viene fuori?
- Ehm, Cesare, è che il tuo cuoricino è stato un po’ monello e voleva fare uno scherzo, ma a te come è venuta in mente quest’idea?

L’ho visto sull’album. E anche nel diario. Dalla nonna,sai?
Ma poi non è mica giusto che io abbia tutti quei segni. Sono solo io ad averli.. nessun altro è stato operato al cuore!

Altro grande fumetto sulla testa dei due ignari genitori.
- Ma no, tesoro, succede a molti bambini di vere un cuoricino un po’ monello, sai? E le cicatrici che hai sono il segno di quanto sei stato coraggioso. Come i pirati o i cacciatori di squali…

E poi perché mi lasciavate solo?

Nel fumetto adesso un grande falò di foto, album e diari e negli occhi una lacrima furtiva.
- Solo? Ma cosa ti viene in mente… mamma e papà non ti hanno lasciato solo. Mai. Nemmeno un minuto. Qualche volta non potevano stare con te, come adesso quando vai a scuola, ma non ti hanno mai, davvero mai, lasciato solo.
Ma c’era scritto…

Come fai a spiegare a un bambino che non è sempre stato facile? Che lui ha dovuto fare salti, lanci e voli molto più grandi di lui e ce l’ha fatta? Come fai a dirgli che in tutto questo lui è un bambino fortunato?
E soprattutto, come fai a spiegargli che tu c’eri, ma non potevi esserci?

Stabilestazionario (part two)

Oggi era il giorno del controllo.
Il solito, quello che ci aspetta ogni anno.
Ma ogni anno le cose cambiano un po’.
Cesare è più grande, salta sul lettino da solo.
Si mette gli elettrodi per l’elettrocardiogramma. Un po’ giusti, un po’ sbagliati, ma da solo.
Guarda come cambia il grafico quando muove le braccia. Le gambe. Quando respira piano. Quando respira forte.
E solo ieri ne era terrorizzato dei coccodrilli.

Cesare è sicuro di sé, non teme il dottore. Non teme la sonda.
Non ha proprio più paura.
Ha fame però. E fa interrompere l’esame per mangiare una brioche, fortunosamente recuperata dall’infermiere.
Con negli occhi la stessa caparbietà di allora.

E’ stabilestazionario.
Che non è sempre un bene ma stavolta, di sicuro, lo è.

Good news

La sua faccia era quella sorridente di sempre.
Quella che per me ha l’armadietto 1 come cornice.
Il bicchierino del caffè in mano. La faccia sorridente. I capelli scuri. Il beige dell’armadietto. E un grande 1 dietro la testa.
La voce costernata.

Non ci credeva. Non ci credeva che Cesare fosse stato ricoverato di nuovo. Non riusciva a fare ipotesi su cosa potesse essere successo.
E girava il suo caffè. Come se berlo e andarsene da lì senza darci una risposta fosse insopportabile anche per lui.
Sei anni fa, di questi tempi.

Ed eccola lì ieri quella stessa faccia sorridente. In un corridoio al piano di sotto dell’armadietto 1, a far la gara con quell’altro, quello il cui nome è su tutti i balconi di Bologna, per vedere chi salutava Cesare per primo.
Che si vede che gli vogliono bene a ‘sto figliolo.

Poca attesa e la faccia sorridente ci chiama.
Cesare guarda interessato la foto delle sue ossa. Gli presenta Woody. Si fa auscultare dichiarandosi annoiato.

E sai allora che ti dico? Dice la faccia sorridente.
Che ci vediamo tra due anni.
Potremmo anche non vederci, in verità, ma facciamo che tra due anni ci vediamo.
E smettiamola con ‘sta aspirinetta, che tanto non ti serve più ormai

Non che questo voglia dire che è finita.
Ma vuol dir tanto.

Update: ora c’è anche il video.