La penna

Il doppio foglio aperto davanti a noi, lo schema di un cuore sano. E le modifiche fatte a penna dal dott. Pace per spiegarci cosa avrebbero fatto e perché.

Dove dobbiamo firmare, dottore?

A dir la verità non stavamo granché ascoltando quel che ci diceva. Il cosa, il come e il perché ce li eravamo letti millemila volte sul sito del Cincinnati Chinden’s Hospital.
In quel momento avremmo solo voluto sentirci dire che sarebbe andato tutto bene.
Ma il dott. Pace non poteva dircelo. E non l’ha detto.

La penna era pesante tra le dita. L’aria altrettanto pesante nei polmoni.

Dove dobbiamo firmare, dottore?

Ecco, quella firma, quella firma di una mano greve, è stato il volo nel nostro personale orizzonte degli eventi.
Il prima e il dopo non eran nemmeno fratelli. E noi non eravamo le stesse persone.

Poco inchiostro per cambiare tutto.
10 anni.
Son passati 10 anni. Cesare ha 10 anni.

Ma la sensazione del peso di quella penna tra le dita è ancora qui.

Domande difficili, risposte difficili

Stiamo rientrando a casa, dopo una cena prenatalizia con gli amici quando nel buio della macchina rimbomba una, anzi la, domanda:

Ma perché quando ero piccolo sono stato in ospedale due volte?

Due genitori con un unico grande fumetto sulla testa E questa da dove viene fuori?
– Ehm, Cesare, è che il tuo cuoricino è stato un po’ monello e voleva fare uno scherzo, ma a te come è venuta in mente quest’idea?

L’ho visto sull’album. E anche nel diario. Dalla nonna,sai?
Ma poi non è mica giusto che io abbia tutti quei segni. Sono solo io ad averli.. nessun altro è stato operato al cuore!

Altro grande fumetto sulla testa dei due ignari genitori.
– Ma no, tesoro, succede a molti bambini di vere un cuoricino un po’ monello, sai? E le cicatrici che hai sono il segno di quanto sei stato coraggioso. Come i pirati o i cacciatori di squali…

E poi perché mi lasciavate solo?

Nel fumetto adesso un grande falò di foto, album e diari e negli occhi una lacrima furtiva.
– Solo? Ma cosa ti viene in mente… mamma e papà non ti hanno lasciato solo. Mai. Nemmeno un minuto. Qualche volta non potevano stare con te, come adesso quando vai a scuola, ma non ti hanno mai, davvero mai, lasciato solo.
Ma c’era scritto…

Come fai a spiegare a un bambino che non è sempre stato facile? Che lui ha dovuto fare salti, lanci e voli molto più grandi di lui e ce l’ha fatta? Come fai a dirgli che in tutto questo lui è un bambino fortunato?
E soprattutto, come fai a spiegargli che tu c’eri, ma non potevi esserci?

Stabilestazionario (part two)

Oggi era il giorno del controllo.
Il solito, quello che ci aspetta ogni anno.
Ma ogni anno le cose cambiano un po’.
Cesare è più grande, salta sul lettino da solo.
Si mette gli elettrodi per l’elettrocardiogramma. Un po’ giusti, un po’ sbagliati, ma da solo.
Guarda come cambia il grafico quando muove le braccia. Le gambe. Quando respira piano. Quando respira forte.
E solo ieri ne era terrorizzato dei coccodrilli.

Cesare è sicuro di sé, non teme il dottore. Non teme la sonda.
Non ha proprio più paura.
Ha fame però. E fa interrompere l’esame per mangiare una brioche, fortunosamente recuperata dall’infermiere.
Con negli occhi la stessa caparbietà di allora.

E’ stabilestazionario.
Che non è sempre un bene ma stavolta, di sicuro, lo è.