Il dentino sotto il cuscino

Questa è una storia che inizia un weekend con un pianto e un dentino quasi orizzontale.

Sarà stato Dido, sarà che è autunno e cadono le foglie. Non si sa.

Poi la storia prosegue con qualche pianto, la fatina dei dentini che se li lasci sotto il cuscino lei ti lascia un soldino.

La dottoressa dei dentini al telefono riesce a far parlare cesare a farsi promettere che lui col ditino prova a farlo ballare e poi un topino porterà un soldino.

La storia riprende il lunedi mattina, al momento di andare a scuola quando la paura fa dire no a Cesare con le mani sbarrate davanti alla bocca.

Ma a Casaglia le sue dade, tra le mille cose che sanno fare, sono anche provette dentiste e, grazie a Caterina – che riesce persino a far soffiare il naso a Cesare, la sera nello zaino c’è un barattolino trasparente con dentro un dentino.

La storia racconta che poi il dentino fu messo in un bicchiere, perché così aveva detto la dottoressa dei dentini e Cesare ci si è addormentato con il cuscino sopra, la sua stanchezza a farlo addormentare di botto.

Il martedi mattina, in questa storia, udiamo Cesare grugnire prima delle sette di mattina, come sempre, per chiedere il latte. Solo che stavolta non dice “voglio il latte”, dice “non riesco a trovare il soldino”. E un papà gli dice “solleva il cuscino”.

La testa sul cuscino. Cesare sorride felice. Dolce. Senza parole.

Nella nostra storia quel martedi mattina Cesare ritrova la parola poco dopo, girellando per casa con la piccola scatola del nuovo minipuzzle che però ospita anche un soldino.

Nel conquistare il lettone come ogni mattina cesare stavolta si posiziona accuratamente in mezzo, stende le braccia toccando simmetricamente mamma e papà infine scandisce:

Siete i migliori genitori che io abbia mai avuto.

Grazie a te, Cesare e buon anniversario.

Sicurezze

Nel buio pomeridiano delle tapparelle che ci difendono dalla canicola estiva ravennate, Cesare e Ulisse dormono profondamente nel divano rosso della casa di Elena.

Mi alzo per farmi un caffé, silenzioso come un gatto preparo la caffettiera. La voce di Cesare mi coglie alle spalle dal suo lucido dormiveglia.

– Non ti preoccupare, Papà: ci sono qui io.
– Grazie, Cesare.

Nessuna altra parola, il piccolo nuotatore stanco dorme come non mai.

Impatto dell’architettura sacra nell’immaginario infantile

San Luca di Notte

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Nell’inarrestabile routine imposta dai tandem-pargoli frapposto al tandem-lavoro esiste una piccola oasi dove ci rifugiamo ogni tanto: la pizzeria da Vito a San Luca, in cima all’omonimo colle bolognese.

Ci si conosce, si scambiano un po’ di battute, i bimbi hanno fogli e pennarelli a volontà, il mangiare è buono e quando Cesare e Ulisse sono stufi di stare a tavola possono scorrazzare per lo stanzone.

Erano i giorni freddi e grigi di novembre, San Luca avvolto nella nebbia illuminata dai suoi potenti fari giallastri aveva un che di mistico e spettrale, anche per noi miscredenti.

Usciamo dalla pizzeria, pronti per tornare a casa e il nostro sguardo viene rapito dal panorama sovrastante: San Luca, la luna, la nebbia. Cesare ammira lo spettacolo ed esclama:

Mamma, ma quella è la casa dei gatti!

Gli architetti barocchi sapevano il fatto loro, non c’è che dire.

Sensazioni

I giochi sparsi nella cameretta giacciono dalla sera prima come un campo di battaglia fumante.

Facciamo un tentativo che sappiamo essere vano:

Cesare, vai a mettere via i giochi!

[piagnucola]

Cesare: obbedisci!

Sorbiamo il lattemiele l’uno e il the l’altra. Accompagnamo con cereali vecchi ma ancora commestibili. Rumori di due bimbi rovistanti Lego e affini dalla stanza accanto.

Cesare si avvicina circospetto.

Genitori… ho la sensazione che Dido abbia l’intenzione di rovesciare le costruzioni…