Le ore del cuore

Ci vuole tempo e pazienza

È la prima cosa che ti insegnano quando ti trovi la prima volta davanti alle porte di una sala operatoria.
Porte che si chiudono, tuo figlio è dentro e tu resti fuori.

La prima ora è quella più semplice. Lo accompagni, fai un po’ il pagliaccio. Dici all’anestesista che ti chiede se sei la madre che no, sei una che passava di lì per caso ma le piaceva tanto vestirsi da infermiera.
E poi la prima ora si va al bar a fare una super colazione, ricca di zucchero e colesterolo.
Anche se 15 anni fa le brioche erano due e adesso una sola, è colesterolo lo stesso.
La seconda ora va. La seconda ora è quella che gli amici ti chiedono se è andato e quanto ci vorrà. E rispondere a tutti te la riempie tutta la seconda ora.
La terza ora la dedichi a Candy Crush. Una caramella in fila all’altra e con cinque vite la tua oretta te la fai tutta in scioltezza. Passa in un fiato.
La quarta ora ti guardi negli occhi e dici “ok, non è solo diagnostico”. Poi prendi la strada del bar per una seconda colazione. Salata stavolta.
La quinta ora comincia ad esser difficile da gestire. Leggi. Gironzoli per i corridoi. Ti chiedono se hai notizie che non hai. Non sopporti di stare in una sala d’attesa con troppa gente. Ti imbuchi al piano di sopra con il bolso che ti maledice perché il DECT prende solo due tacche. Due tacche in solitudine però.
La sesta ora Uli esce da scuola e pure lui vorrebbe notizie. E, di nuovo, sono notizie che non hai.
E allora torni al bar per un panino. Sia mai che si deperisca.
E mentre stai aspettando che riscaldino il panino, suona il DECT.
È finita?
No, volevano solo avvisare che stava andando per le lunghe, casomai non ce ne fossimo accorti.
La settima ora è quella dell’orologio. Lo guardi tante di quelle volte che il vetro si consuma. Cammini. Ti giri. Ricammini. Conti i passi. Conti i secondi. Guardi il tempo che passa sornione. Non ti fermi, non si ferma.
All’ottava ora ci arrivi come un maratoneta al trentasettesimo chilometro: per inerzia. Non pensi più. Se anche volessi farlo, non ci riusciresti.
Respiri piano. Non parli. Ti fan male anche i capelli.
Poi suona di nuovo il DECT: È andata. È stata lunga e complicata, ma è andata.
E a quel punto piangi.
A quel punto puoi.

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Comments

Aaron
6 Novembre 2019 at 12:57

Oggi come allora, viva Cesare e viva tutti voi. Con immenso amore.



Marina
9 Novembre 2019 at 21:17

Quanto amoreeeeee!!!! Ogni bene a tutti voi ragazzi!!!



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