Il fallimento collettivo

Dopo una notte passata a twittare e a fare proiezioni casalinghe sulle sezioni della Camera rimanenti l’Italia ingovernabile che ne esce il mattino dopo è tutto un rinfaccio reciproco.

Sto leggendo diversi post interessanti e, tra le considerazioni più ovvie, (il PD che non sa interpretare la società attuale, il PDL e Lega che subiscono un crollo di voti pauroso, l’affermazione di M5S) una frase mi frulla per la testa.

Questo è il fallimento della collettività.

Non è il fallimento di una parte politica per mancata conquista della maggioranza, non è lo sgambetto o il complotto di qualcuno (in gergo di SN “gomblotto”), non è il fallimento di un movimento nuovo che è troppo “contro” il resto del mondo.

E’ il fallimento nostro, del 100% di noi, del pensarci come collettività, come somma di pezzi che, alla fine di un’aspra battaglia, di discussioni interminabili, di dibattiti estenuanti, alla fine si deve ricomporre.

Invece per terra ci sono i cocci, pochi grandi pezzi e qualche briciola che non si sa come incastrare.

Napolitano, a 87 anni, vede sfumare il sogno di un fine mandato tranquillo e deve ricominciare a fare l’archeologo che mette insieme i cocci del reperto antico con i pezzi più nuovi.

Napolitano che non ha ancora persone di riferimento con cui aprire le consultazioni nel M5S né forse le avrà.

Cosa farà, si consulterà via Facebook o via piattaforma di Casaleggio?

Servi a poco, o tu formazione nuova, che ti professi paladina della tecnologia se non crei un ponte, un’interfaccia verso il 75% del mondo circostante che è cartaceo e verbale. Anche dopo che avessi abbassato gli stipendi a tutti, neutralizzato i parassiti, e fatto quello che sognavi di fare, hai davanti dei poveri anziani che fanno fatica anche a sapere dove hanno salvato il file della loro lista della spesa.

E te lo dice uno che di tecnologia ci vive e nella tecnologia ci è nato.

Scrive poco fa Luca Sofri:

C’è una cosa che accomuna i tre partiti che hanno preso più voti nelle elezioni di ieri: hanno tutti disegnato un nemico interno da battere, hanno tutti messo italiani contro italiani, e hanno tutti preso di conseguenza un pezzetto di voti, che non supera per nessuno il 25%. Se chiedi a un italiano su quattro di votarti perché gli altri tre sono dei delinquenti, è inevitabile che gli altri tre non ti votino: e prendi il 25%, ben che vada.
[…]
Vincere, in politica, è guadagnare consenso, convincere. Diventare maggioranza. Qualcosa cambierà quando in Italia cambierà questo. Quando qualcuno farà un progetto che pensi a tutti gli altri italiani come suoi potenziali partecipanti, quando qualcuno farà un progetto non per far vincere la sua solita curva, ma per far giocare la nazionale, quando qualcuno penserà alla condivisione del progetto con più persone come a un tesoro e non come a una minaccia, quando il nemico non sarà più una priorità né una necessità: quando la priorità sarà pensarlo amico, e farlo diventare amico. Quando nessuno troverà insopportabile questa ovvia ambizione, definendola ingenua, collaborazionista e via dicendo solo perché non ci è abituato o perché ha poco coraggio: o cambia abitudini e ci fa un pensiero, o è corresponsabile di questo fallimento. E se le cambia, siamo già sulle buona strada.

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