Incantatori

Chi ha esaminato a mente fredda quelle promesse ha capito che non sono affatto a portata di mano, ma una buona parte degli italiani ha sempre creduto che i miracoli si fanno, la bacchetta magica esiste e anche l’asino che vola c’è da qualche parte. Se così non fosse, non ci sarebbe un venti per cento di elettori che vota ancora per Silvio. Silvio c’è e se non ha fatto miracoli è perché finora gliel’hanno impedito i suoi nemici toghe rosse e comunisti.

Meno male che Silvio c’è e dunque anche meno male che c’è Renzi. Si somigliano? Sì, si somigliano e anche molto.

***

La vera — e formidabile — bravura di Silvio è sempre stata quella d’incantare la gente, ma è la stessa bravura di Matteo che sa incantare la gente come Silvio e anche di più ora che Silvio è vecchio e fisicamente un po’ provato.

Matteo è un Silvio giovane dal punto di vista dell’incantamento e quindi più efficace.

Eugenio Scalfari – I Campi Elisi di Silvio l’Ispanico

Studiare Assurbanipal nel 2013

Invece mia figlia studia Assurbanipal nel 2013; e usa un libro di carta. Punto. Non arriva da me con una raccolta su Pinterest di dieci immagini della Mesopotamia; non ha preparato con i suoi compagni lo storify multimediale della lezione. Non colloca Ninive su Google Maps, non stanno ricostruendo le mappe del 1230 avanti Cristo, cercando di collocare anche il resto del mondo: dove erano gli antenati dei suoi compagni cinesi, senegalesi, peruviani?
Io ascolto mia figlia declamare la lezione, che le frutterà l’ennesimo nove; la guardo sorridermi con la sconfinata bellezza dei suoi nove anni, felice di aver restituito Assurbanipal alla storia e di poter passare ad altro. Ai suoi giochi sul tablet, alla sua maschera da sci hi-tech, al cartone Pixar full HD.

Via Assurbanipal vive e combatte con noi

Lo splendido racconto di Kisbo, da leggere tutto specialmente nel finale, rimarrebbe solo un aneddoto sull’arretratezza della scuola italiana se non avessi anch’io un figlio coetaneo che studia le stesse cose.

Certo, la distanza fra lo studio sulla carta e quello sulla rete è abissale. La scuola sembra ancorata a ritmi e riti di un altro millennio. Tuttavia non me la sentirei, dovessi mai avere la bacchetta magica, di spostare la leva della scuola su avanti tutta verso il digitale: l’esperienza di lavorare sulla lentezza, la resistenza e lo stimolo immaginativo della carta non ha eguali. Fare un disegno, sbagliarlo e doverlo cancellare con la gomma è una fase propedeutica e necessaria allo sfogare la creatività su Paper.

È una mia fissa da vecchio brontolone: prima si impara a nuotare al naturale e poi si mettono le pinne. Se impari ad agire “potenziato” la volta che devi agire al naturale sei perso.

Ciò detto quell’abisso fra libro e multimedialità iperconnessa andrebbe quantomeno ridotto avvicinano i due estremi. Facciamo faticare i nostri figli su libri e quaderni ma poi diamogli uno straccio di filmato, di modello 3D, di galleria di immagini, di approfondimento su wikipedia.

Diamo loro la naturalezza di passare dalla carta al digitale. In entrambe le direzioni.

Ho visto una città civile e sono ancora sotto shock

like-napoletani-post-antonio-menna.png

Il racconto di viaggio di Antonio Menna a Stoccolma è un pugno nello stomaco non solo per i napoletani ma per chi insegue un’idea di Italia che (ancora) non c’è ma viene inseguito da un’Italia che c’è (ancora) e non lo molla.

Il pezzo va letto tutto ma il suo nucleo più importante sta nella frase:

Ho visto ciascuno prendersi cura del suo tassello di interesse collettivo.

Puoi fare le riforme che ti pare, perseguire gli evasori, incarcererare i criminali, ripulire le strade, inondare di fondi e iniziative la città ma se chi ci abita non si sente parte di una collettività sarà tutto inutile.

Vi chiederete perché ho pubblicato lo screenshot dei pulsanti di sharing e commenti. Perché mi sembrava una bella chiosa all’intervento di Vincenzo Cosenza a State of The Net: uno stesso post ha 10mila condivisioni facebook, 271 su twitter (due ordini di grandezza in meno), nessuno su Google plus e 338 commenti.

Bersani secondo Luca e secondo Leonardo

Due post oggi mi hanno chiarito le sensazioni contrastanti che sto provando durante i giorni di consultazioni di Bersani presidente incaricato su strada difficile. Sono due post da leggere fino in fondo, scritti da due persone che ci credono per quelli che ci credono, anche se fa male guardare la verità in faccia.

In ordine di tempo ho letto prima il post di Leonardo in cui si asserisce l’ineluttabile destino di Pierluigi Bersani, come unico uomo in grado di portare il PD all’autodistruzione consapevole mentre fa gli interessi del paese ma anche quello di un uomo che non ha saputo incantare gli italiani perché si è ostinato a dire la verità:

Bersani, ho sentito dire da molti, ha fallito la campagna elettorale perché non ha saputo incantare gli italiani. Si è ostinato a dir loro la verità e la verità non è una cosa che ti fa vincere le elezioni. Può darsi che abbiano ragione, però alla fine qualcuno che dica un po’ di verità ci deve pur essere. Non possono tutti dire che si possono rendere i soldi delle tasse e non pagare più i debiti. Anche adesso, mentre la situazione comincia a farsi pesante, Berlusconi ha soprattutto in mente i suoi processi, Grillo è su qualche auto a idrogeno sospesa nel blu del cyberspazio, Bersani è sulla stessa terra su cui camminiamo noi. Dovrà fare concessioni disonorevoli, potrà fare qualche riforma sensata di cui anche stavolta gli disconosceranno il merito, ma alla fine non ci resta che lui, e a lui non resta che suicidarsi così. Se poi trovasse qualche altro “tecnico” da mandare al suo posto andrebbe bene lo stesso, ma non si vede chi e per quale motivo gli converrebbe. È un lavoro impossibile, i margini di successo sono ristrettissimi, se non ce la fai sei morto e se ce la fai sei morto comunque. È un lavoro per Pier Luigi Bersani.

(Via Elogio del suicidio assistito – Leonardo Tondelli)

Poi ho letto la nota di Luca pubblicata su Facebook ma meritevole di un blog personale, che viene dalle viscere e parla ai cuori di chi ci crede sul serio.

In questo Paese c’è da ricostruire una sinistra decente, incardinata su gente altrettanto decente, che non passa il tempo a spargere like e livore su Facebook o sui blog contro la kasta. Gente con meno di quarant’anni che magari non partecipava alla Ruota della Fortuna. Gente che non ha insofferenza per le logiche di partito, come Renzi, perché sa che quel partito, quel 25 per cento di persone perbene, possiedono una forza e una storia che va al di là del nuovo/vuoto e delle tattiche che sostituiscono le strategie, per cui prima servivano le primarie, ma adesso in fondo passare da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi andrebbe benone anche così.

(Via Provate a prenderci – Luca Bottura)

Io penso che gli Psicostorici della Fondazione, guardando le loro pareti piene di equazioni proiettate, sanno già dove andremo a parare e che non potremo fare granché per sfuggire al corso degli eventi.

Tuttavia la psicostoria è una scienza statistica e basta l’intervento di un singolo elemento, non prevedibile dalle equazioni cambiare le cose, nel bene e nel male.

In genere in Italia, negli ultimi cento anni, si tende a preferire il male e gli uomini di spettacolo prestati alla politica.

Sarà forse ora che troviamo un Mulo buono?

Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?

– il senatore Berlusconi Silvio, eletto per la lista “Il Popolo della Libertà” nelle Regioni Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna, ha dichiarato di optare per la Regione Molise;

(Comunicato ufficiale del Senato: Annunzio di opzioni e senatori subentranti – 21 Marzo 2013)

Avevo notato che si era candidato in molte regioni ma non avevo mai fatto il totale: 18.

L’ho scoperto su IlPost a proposito di ineleggibilità.

Deve aver rivisto Ecce Bombo di recente.

Il fallimento collettivo

Dopo una notte passata a twittare e a fare proiezioni casalinghe sulle sezioni della Camera rimanenti l’Italia ingovernabile che ne esce il mattino dopo è tutto un rinfaccio reciproco.

Sto leggendo diversi post interessanti e, tra le considerazioni più ovvie, (il PD che non sa interpretare la società attuale, il PDL e Lega che subiscono un crollo di voti pauroso, l’affermazione di M5S) una frase mi frulla per la testa.

Questo è il fallimento della collettività.

Non è il fallimento di una parte politica per mancata conquista della maggioranza, non è lo sgambetto o il complotto di qualcuno (in gergo di SN “gomblotto”), non è il fallimento di un movimento nuovo che è troppo “contro” il resto del mondo.

E’ il fallimento nostro, del 100% di noi, del pensarci come collettività, come somma di pezzi che, alla fine di un’aspra battaglia, di discussioni interminabili, di dibattiti estenuanti, alla fine si deve ricomporre.

Invece per terra ci sono i cocci, pochi grandi pezzi e qualche briciola che non si sa come incastrare.

Napolitano, a 87 anni, vede sfumare il sogno di un fine mandato tranquillo e deve ricominciare a fare l’archeologo che mette insieme i cocci del reperto antico con i pezzi più nuovi.

Napolitano che non ha ancora persone di riferimento con cui aprire le consultazioni nel M5S né forse le avrà.

Cosa farà, si consulterà via Facebook o via piattaforma di Casaleggio?

Servi a poco, o tu formazione nuova, che ti professi paladina della tecnologia se non crei un ponte, un’interfaccia verso il 75% del mondo circostante che è cartaceo e verbale. Anche dopo che avessi abbassato gli stipendi a tutti, neutralizzato i parassiti, e fatto quello che sognavi di fare, hai davanti dei poveri anziani che fanno fatica anche a sapere dove hanno salvato il file della loro lista della spesa.

E te lo dice uno che di tecnologia ci vive e nella tecnologia ci è nato.

Scrive poco fa Luca Sofri:

C’è una cosa che accomuna i tre partiti che hanno preso più voti nelle elezioni di ieri: hanno tutti disegnato un nemico interno da battere, hanno tutti messo italiani contro italiani, e hanno tutti preso di conseguenza un pezzetto di voti, che non supera per nessuno il 25%. Se chiedi a un italiano su quattro di votarti perché gli altri tre sono dei delinquenti, è inevitabile che gli altri tre non ti votino: e prendi il 25%, ben che vada.
[…]
Vincere, in politica, è guadagnare consenso, convincere. Diventare maggioranza. Qualcosa cambierà quando in Italia cambierà questo. Quando qualcuno farà un progetto che pensi a tutti gli altri italiani come suoi potenziali partecipanti, quando qualcuno farà un progetto non per far vincere la sua solita curva, ma per far giocare la nazionale, quando qualcuno penserà alla condivisione del progetto con più persone come a un tesoro e non come a una minaccia, quando il nemico non sarà più una priorità né una necessità: quando la priorità sarà pensarlo amico, e farlo diventare amico. Quando nessuno troverà insopportabile questa ovvia ambizione, definendola ingenua, collaborazionista e via dicendo solo perché non ci è abituato o perché ha poco coraggio: o cambia abitudini e ci fa un pensiero, o è corresponsabile di questo fallimento. E se le cambia, siamo già sulle buona strada.

La kryptonite dei call center

– Pronto, è il signor Federico?
– Sì ma se mi vuole fare una proposta commerciale la fermo subito.
– Non vuole neanche sentire…
– E’ contro la mia religione.
– Addirittura…
– E’ come un’endovenosa non richiesta o una supposta: se servono bene senno’ non è gradevole.
– Arrivederci.
– Arrivederci.

Questo dialogo è realmente accaduto un paio d’ore fa, circa.

Nonostante che abbia tolto dall’elenco il nostro numero fisso di casa e abbia iscritto mia madre al registro delle opposizioni, continuano ad arrivare telefonate dei call center più disparati. Non so quale checkbox di agreement debba aver cliccato ma non riesco a liberarmene.

Il fatto è, caro operatore, che anche se mi vuoi ricoprire d’oro (in equivalente sconti sulle spese) a me non va di essere cercato al telefono. Se occorre mi informo sul tuo sito. Sono timido: la telefonata è un mezzo molto personale. Non amo farne o riceverne se non ho stretta necessità o piacere di farlo. Ho difficoltà persino a chiamare un taxi, figurati.

Ho provato a spiegartelo, ho ascoltato varie offerte e ho notato che ogni tentativo di confronto diventa un appiglio per appiopparmi la vendita.

Quest’estate abbiamo fatto 40 minuti di telefonata con un telefonista di Napoli che non ci ha lasciato in pace finché non ci avesse spedito un contratto di un fornitore di energia che “avremmo potuto stracciare subito dopo”.

Per sua sfortuna nella registrazione telefonica obbligatoria ho risposto con formula dubitativa (“accetterò le clausole quando mi spedirete il contratto”). Il giorno dopo mi ha richiamato un collega e mi ha detto che per un problema tecnico andava rifatta. Ho detto no, grazie. Mi avete fatto passare un contratto vincolante con 10 giorni possibilità di recesso scritto via fax per una nota informativa. “Il mio collega ha sbagliato, tutti possono sbagliare”. Vero. Interessante però sbagliare dopo 40 minuti di sceneggiata napoletana (“risparmiate, vi fate una pizza a nome mio, ue'”) in cui non mi hai mollato finché non ho fatto quello che hai voluto tu (o quasi).

(non me ne vogliano i Napoletani, non generalizzo, vi adoro, sono empatico con voi, ma il ragazzo ha fatto di tutto per ricadere nello stereotipo).

Ho perciò deciso di dire la verità: “non mi interessa ricevere alcuna proposta commerciale”. Senza condizioni, punto e basta. Non voglio la tua pentola d’oro. Non al telefono quantomeno.

E così ho scoperto la kriptonite: quella frase stronca sul nascere qualsiasi tentativo di retention o di accalappiamento. Molto meglio di un improperio o di mandarli a quel paese. Anche e soprattutto perché chi ti telefona è un precario sottopagato che non ha colpa ed è solo programmato per trattenerti. Ho fatto il call centerista anch’io, ragazzi, vi capisco (avevo un ruolo tecnico ma capisco lo stesso la posizione) e spesso vi saluto e vi auguro buon lavoro e buona fortuna. Ma ricordate ai vostri superiori:

Non mi interessa ricevere alcuna proposta commerciale.

Spopolare spopola

amarcord_anni_80.png

Non faccio in tempo a riprendermi dalla botta di Scialpi che diventa Shalpy (via Cratete su frenfi) che mi imbatto su una gallery di successi degli anni ’80, sempre su Vanity Fair punto it.

Segue elenco ragionato delle didascalie:

  • Donatella Rettore: nel 1980 spopolava con la hit Il Kobra
  • Giuni Russo: nel 1981 spopolava con Un’estate al mare
  • Gruppo Italiano: nel 1983 spopolava con Tropicana
  • Sandy Marton: nel 1984 spopolava con People From Ibiza
  • I Righeira: nel 1985 spopolavano con L’estate sta finendo
  • Ivana Spagna: nel 1986 spopolava con Easy Lady
  • Sabrina Salerno: nel 1987 spopolava con Boys Boys Boys
  • Lorella Cuccarini: nel 1988 spopolava con La notte vola
  • Edoardo Bennato: nel 1989 spopolava con Viva la mamma

(Amarcord anni ’80: la topten dei dieci anni)

Non c’è che dire: nel 2012 spopola la fantasia nei titolisti di vanitifeirpuntoit.

Convinti detentori di verità assolute

L’amore di un uomo e una donna è il fondamento della vita umana, mentre le relazioni omosessuali contrastano con la legge morale naturale. Equiparare le unioni gay al matrimonio va contro valori basilari che appartengono al patrimonio comune dell’umanità.

Via “Oltretevere – Costituzione ferita”

Questo è solo un pezzo del virgolettato di monsignor Luigi Negri, vescovo ciellino di San Marino-Montefeltro, commissario Cei per la Dottrina della fede e presidente della fondazione internazionale Giovanni Paolo II per il magistero sociale della Chiesa..

A leggere per intero l’intervista con le sue parole, si ha l’impressione che la chiesa cattolica qualche problemino di fondo con l’omosessualità ce l’abbia ancora nel 2012.

Se, alla luce delle scoperte tecnologiche, conquiste sociali, evidenza dei fatti, libertà di espressione e circolazione delle idee di questo millennio, ancora credi che:

  • esista una verità assoluta
  • esista un legge naturale assoluta
  • sei il dententore e interprete di entrambe

allora non potrai che avere comportamenti rigidi, escludere una fetta consistente di popolazione dalla tua piena approvazione e comunione, negare funerali e matrimoni, interferire nella vita materiale delle persone. E fare pressioni sui liberi poteri di uno Stato sovrano di cui tu sei ospite.

I dinosauri nei titoli sulla Leopolda

A questo punto cara Repubblica, caro Ezio Mauro, io da lettore ed elettore del PD credo di meritare qualcosa di più. Perché noi abbiamo in Italia un partito, direi il solo, in cui esiste oggi una dialettica, un confronto tra diverse “non-si-possono-chiamare-correnti”. Guarda caso è l’unico partito che ogni tanto cambia leader: gli altri senza il loro capo naturale sono quasi inimmaginabili (SEL senza Vendola? UDC senza Casini?), quasi tutti sono semplicemente comitati elettorali intorno a un personaggio televisivo di riferimento. Il PD invece è un partito. Possiede una dialettica interna, appassionata, a tratti violenta. Evviva. E voi scegliete di raccontarla, in prima pagina, come fosse un episodio della Pimpa. Bersani a Renzi: basta calci / lui replica: non sono un asino. È una notizia? Che Renzi non sia un asino, dico. Capirei Libero o il Giornale. Ma il lettore di Repubblica non si merita di più? Un sunto delle idee di Renzi, le divergenze col gruppo dirigente che contesta, qualcosa di sinistra, qualcosa anche di destra, qualcosa?

(via Leonardo: Ma i dinosauri, poi, chi è stato?)

Attacco fragoroso di un gran bel post di Leonardo sull’iniziativa di Matteo Renzi sul cui sito, peraltro, si trovano gran parte delle risposte agli interrogativi posti al titolista di Repubblica: nella lettera Idee concrete di persone normali (si veda il punto 2. Il Partito Democratico che vorrei) e la pagina A che serve la Leopolda.

Ci sono le cose interessanti, come l’uso dei social network (il valore di un’ora) e la demagogia nell’ostentazione dell’aggettivo “concreto” contrapposto in via sottinteso alle “chiacchiere” della politica.

Perché il dibattito della Leopolda non avviene sotto le insegne del PD e nelle sedi del PD? Visibilità:

La Leopolda deve servire anche a questo: usare la sovraesposizione mediatica della politica per dare visibilità ai protagonisti di un rinascimento possibile. Immettere nel dibattito nazionale i volti e soprattutto le idee di una nuova categoria di imprenditori, di studiosi, di uomini e di donne del volontariato e dell’associazionismo, di amministratori locali che hanno il potenziale per cambiare l’Italia.

(via Big Bang – Stazione Leopolda 2011)

Il post definitivo su Renzi lo ha fatto Elena:

Se il concetto è che ci sono sempre le stesse facce nel partito e nei luoghi di potere, lui sa molto bene, lo sanno bene tutti gli iscritti al PD, che esistono, in questo partito, tutti gli strumenti democratici per candidarsi ed essere scelti. Lo sa bene lui, che ha vinto le Primarie a poco più di 30 anni ed è diventato Sindaco di una delle città più importanti d’Italia, lo sanno bene gli altri che queste primarie magari le hanno perse, lo sanno anche quelli che alle primarie non si candidano perché temono di perderle.

Lo sa Renzi, che questa è una battaglia demagogica.

Il nostro non è un partito che ha lo stesso Presidente o Segretario da decenni, abbiamo fatto le primarie recentemente e c’erano gli spazi per candidarsi. E questo a tutti i livelli, fino al segretario di circolo. Non è un partito con un uomo solo al comando, c’è una grande ricchezza di opinioni e contributi (a volte anche troppi, tanto che a volte, per avere una posizione netta, bisognerebbe ripristinare il vecchio caro centralismo democratico). Un partito che cerca di rimanere in equilibrio tra chi chiede di parlare con una sola voce e avere una linea precisa e decisa, e chi chiede di ascoltare tutte le voci.

(via Brevi considerazioni sul perché penso che i rottamatori ci stiano raccontando una gran balla. | senza aggettivi)

Ciò detto, da inguaribile criticone, sono quasi più preoccupato della deriva asfittico-atrofica dei titoli di giornale che della dialettica interna alla sinistra. Se questa, almeno teoricamente, dovrebbe essere il motore delle idee della politica, i giornali dovrebbero rappresentare il veicolo o la strada su cui le idee si muovono. Se la loro comunicazione sarà sempre più rattrappita, semplificata, atomizzata, urlata non vedo come le idee possano mettere in moto quel gran numero di cervelli non ancora alfabetizzati alla ricerca delle fonti in rete strettamente dipendenti dal mainstream cartaceo.

Le idee sono fatte di parole e frasi, non di suoni gutturali. Parlare bene è importante, la lingua è importante: è una forma di pulizia mentale. Con titoli come questi è una specie in via di estinzione.