Non c’è input senza output

Sono diversi giorni che sentivo l’esigenza di tornare a scrivere quando poco fa mi imbatto su un invito a scrivere apparso su friendfeed (no link: c’è il lucchetto). Corro ad approfittarne.

L’esigenza mi è nata dalla lettura di una grande quantità di cose interessanti e dalla percezione di non riuscire a trovare il tempo per formulare qualsiasi pensiero da esse derivanti. Una sorta di blocco digestivo ma non solo.

Leggere i post degli altri senza scrivere è come mangiare senza correre, ascoltare musica senza suonare ma anche capire veramente quello che si è letto senza dargli una forma

We often don’t know what we think until we write it down

(Euan Semple, The Written Word)

Il fiume di informazioni, grandi e piccole, strutturate o amorfe, pensieri o trattati, battute o cose serissime, che ci passa davanti se non viene incanalato e poi decantato nella nostra mente finisce per stordirci. E il nostro cervello si atrofizza, le azioni si sciolgono nel pigro clic su like.

E il pensiero va agli abitanti della Axiom.

E’ ora di ricominciare. Grazie, Bat.

Molti anni dopo

Un blog e’ un viaggio, si fa piu’ per se stessi che per il resto.

(Via un blog di dieci anni – [mini]marketing)

Gianluca con la consueta scanzonata nonchalance festeggia i suoi dieci anni di blog offrendoci un piccolo trattato sociologico della blogosfera, di chi scrive ancora (quando si ricorda) per se stesso e di chi scrive per gli altri.

La rete si è de-elitizzata ma questo non ci ha reso più intelligenti e il pensiero corre ai FATE GIRARE!1! E alla loro pretesa di trasmettere contenuti in grado di cambiare il mondo con vignette taroccate e decontestualizzate.

Io penso che il blog rimanga una scialuppa per i propri pensieri, sempre pronta a salvarli dal mare delle dimenticanze, anche se viene usata poco e lasciata lì, coperta di salsedine a subire gli spruzzi dei flutti di Facebook e Twitter.

Di vita e di zombie

Non c’è nessun mistero della vita, ché manco Giacobbo oserebbe tanto.
Ci son le leggi della biologia, grazie alle quali ognuno di noi è qui. E c’è la coscienza, che ogni giorno ci impone di fare delle scelte.
Non imporle agli altri sarebbe già qualcosa.
Non sentirsi così tanto meglio degli altri da imporre loro in toto la nostra coscienza, sarebbe ancora un passettino di più.

(via occhio agli zombie – Il mistero della vita)

Daria è tornata, blog rinnovato, vis dialettica da vendere.

Scansatevi dalla linea di tiro.

E… Occhio agli Zombie!

Reazioni da Barcellona e dibattiti in casa bolsi

Ho trovato oggi diverse reazioni alla puntata di Presadiretta di cui parlavo nel post precedente.

In effetti anche a me la visione della Spagna vista da Barcellona era sembrata anche troppo paradisiaca. Il senso della mia riflessione era tuttavia su ciò che andrebbe fatto in Italia, indipendentemente da quello che è stato fatto in realtà in Spagna.

Ciò detto giornalisticamente parlando ci sono diversi interrogativi che andrebbero approfonditi (grazie a Daria per le riflessioni serali in casa):

– come funziona la libertà di licenziare in Spagna? Quali sono le chances che ha un lavoratore licenziato da un contratto a tempo indeterminato?

– per i 7-8 casi mostrati nelle puntata che ce l’hanno fatta, quanti stanno ancora aspettando in coda?

– qual è il rapporto tra la domanda e l’offerta di lavoro per personale qualificato in Italia? Quanti ingegneri, economisti e avvocati vengono sfornati ogni anno e quanti ne vengono richiesti?

– Quanti posti da infermiere o da imbianchino vengono invece coperti da non italiani per mancanza di offerta?

Dalla piramide all’uovo

Nel libro di Piero Angela Viaggi Nella Scienza che raccoglieva i primi servizi di Quark degli anni ’80, veniva posta la questione della ridistribuzione della piramide sociale, con la maggior parte della popolazione che cercava di spostarsi dalla base al vertice trasformando la piramide in un uovo.

Se un imprenditore o un architetto ha la fila di aspiranti stagisti che vogliono sobbarcarsi un soggiorno in un’altra città per poche centinaia di euro di rimborso spese, quale avviamento e orientamento degli studi ha permesso l’accalcarsi di così tanti concorrenti?

Esiste il problema di un’eccesso di offerta di professioni qualificate che ha generato il problema di concorrenza al ribasso o è solo un cinico argomento di difesa dei datori di lavoro?

Dice L’Umarell Danilo Masotti:

Andresti a raccogliere pomodori a 2 euro l’ora? NO Andresti a fare assistente regista gratis? SI La disoccupazione giovanile è anche questo

E’ una provocazione o è vero? Perché i servizi giornalistici non cominciano rigorosamente con statistiche, numeri e relative fonti?

Ecco il sunto delle reazioni e lettere aperte a Riccardo Iacona:

– Le persone intervistate “che hanno trovato lavoro in 4 giorni” non trovano riscontro con la situazione presente. Secondo i dati del Ministerio del Trabajo pubblicati il 4 ottobre 2011, la Catalogna è la seconda comunità autonoma con il più alto incremento di disoccupazione nel settembre 2011 (16.282 ossia il 2,78% in più rispetto ad agosto) con un numero di disoccupati che supera le 600.000 persone (20%).

(Via Presa Diretta e gli italiani a Barcellona.)

Purtroppo conosco tanti giovani italiani emigrati a Barcellona e tanti, tantissimi catalani che fanno fatica ad avere un lavoro stabile, ad arrivare alla fine del mese e a pagare l’affitto. Per non parlare di comprare una casa e avere dei figli. Esattamente come succede in Italia. Credo che sia doveroso e intellettualmente più onesto nei loro confronti raccontare tutta la verità, se necessario con dati alla mano, e non limitarsi a dipingere ‘l’altrove’ come la soluzione a tutti i mali.

(Via Lettera aperta a Riccardo Iacona riguardo la puntata di Presa Diretta ‘Generazione sfruttata’. « It’s not just the economy, stupid..)

La cosa peggiore è stato, a mio giudizio, il messaggio salvifico: in Spagna si fanno contratti lavorativi a tempo indeterminato, in Italia la gente viene sfruttata e tenuta in nero. Ecco, purtroppo le cose non stanno proprio così (leggi il secondo intervento di Armando sui contratti a tempo parziale)

e SOPRATTUTTO occorre specificare che:

– il contratto a tempo indeterminato in Spagna NON ha lo stesso valore che in Italia. In Italia con un contratto così, se hai la fortuna di lavorare in un’impresa con più di 15 dipendenti, sei in una botte di ferro, ti sposi con l’azienda. In Spagna, invece, ti possono licenziare quando e come vogliono, pagandoti solo un’indennità ed hai diritto a percepire un sussidio di disoccupazione per un periodo non superiore ai 2 anni, in funzione del tempo lavorato. NON esiste la cassa integrazione.

Iacona avrebbe dovuto anche spiegare questo. Il vero motivo per cui in Spagna si assume di più che in Italia è che qui è facile licenziare. Punto e basta. Il miraggio del posto per tutta la vita è un’altra cosa. Se non si dice questo si sta dando un’idea distorta della verità, dipingendo la Spagna come il paese delle grandi opportunità e della legalità.
Legalità sì, ma perché le variabili sono MOLTO differenti.

(Commento dell’Autrice al suo lungo post Lettera da… Barcellona | Il corpo delle donneIl corpo delle donne.)

Le cose da dire, il tempo per dirle.

Ogni tanto qualcuno mi chiede “ma come fai ad avere (quasi) ogni giorno qualcosa da dire”. Io alzo le spalle. E’ che in realtà vorrei rispondere “come fai tu, a non averlo.

(Via Squonk » Speechless)

Anch’io ammiro molto la costanza da fondisti di blogger come il Sir. Anch’io sento nella testa un costante borbottare di pentolone sul fuoco eppure solo raramente la bolla arriva in superficie e alza il coperchio.

Le cose da dire ci sono, le abbiamo tutti dentro di noi.

Il tempo per dirle, per dispiegare l’idea accartocciata nella nostra testa, non sempre c’è.

Il lavoro, i figli, la routine, le cavallette.

Già, le cavallette.

Take your time, don’t find your time

diceva Randy Pausch.

Il tempo per scrivere è anche il tempo per capire e guardarti intorno. Per sapere dove stai andando, almeno un po’.

Se aspetti di trovarlo e non cerchi di prendertelo finisce che ti perdi. E non capisci. E rimani nella nebbia.

La vita scorre via in fretta. Se non ti fermi a guardarti intorno finisce che te la perdi.

Ferris Bueller

E’ come non prendersi il tempo per correre, dormire bene, stimolare il cervello: Si vive male, si lavora male, si vuole bene male.

Ad esempio sono tre anni che volevo scrivere questo post, ispirato dal post di Gaspar Mi piacerebbe, ma non ho tempo:

Ora, quando mi dici “Mi piacerebbe ma non ho tempo” il significato vero è un altro: da “Non è in cima alle mie priorità” fino a “Non me ne può fregar di meno“, a seconda dei casi.

[…]

Ma se mi spezzo una gamba, il tempo di andare al Pronto Soccorso lo trovo di sicuro.

Ora me lo sono preso. Grazie Sir, Grazie Gaspar.

Drupal 7 vs. WordPress 3

Drupal 7 vs. WordPress 3: Battle of the New Features » CommonPlaces Gazebo:

It is very clear from the promises of these two new releases at least that Drupal is attempting to become more user-friendly (WordPress’ strength), and WordPress is reaching for some of Drupal’s strengths, such as custom content types and taxonomies. Both platforms appear poised to become very powerful tools in the world of Web development.

(Via Planet Drupal.)

E’ sempre stata anche la mia impressione, da utente WordPress casalingo e da programmatore Drupal sul lavoro. La dashboard di WP, i menu, l’intefaccia di editing dei post sono imbattibili, se le si accetta così come sono. La flessibilità di Drupal, la personalizzazione di ogni schermata, menu, interfaccia, blocco a seconda dell’utente loggato, di condizioni arbitrarie e di altre variabili fanno sembrare wordpress un giochetto.

Secondo me ci sarà prima o poi uno scontro fra i due o – ancora meglio – una convergenza di interoperabilità.

Diamo un blog a Steve

Let’s give Steve a blog

Chuq ci racconta, senza fare cognomi ma solo un nome, di quella volta che ad una riunione con i soliti sospetti (PR, Marketing, Legal) intenti a creare nuovi canali di comunicazione tra Apple e il pubblico tirò fuori l’idea di un blog che sarebbe stato il blog più letto del pianeta.

La paura del capo fece tornare l’idea nel cassetto, il messaggio adobi et orbi l’ha fatta tornare fuori, almeno come proof of concept.

Compleanni di aprile

Scopro ora che oggi sono nate diverse persone, blogger e non.

Auguri a tutti, da Skype mica vedevo l’elenco completo.

Update: per un giorno mi ero perso il Maestro Jedi Gaspar. Auguri! Nei commenti abbiamo recuperato e fatto gli auguri al nostro codice fiscale™.

Bisognerebbe recuperare il wiki con i blogger-compleanni e integrarlo nelle apposite pagine di wikipedia.

Non è solo un diario

Recentemente mi sono trovato a ribadire la mia opinione sul significato e le implicazioni di scrivere in pubblico. Al di là di questa occasione ne avevo già scritto qua e là nei commenti dei blog altrui o su FriendFeed: il tema mi appassiona e trovo che sia legato al concetto di intelligenza collettiva e alle conseguenze naturali di un ecosistema di pubblicazioni personali, non vere e proprie regole (nel senso di imposizioni cui obbedire) ma strutture intrinseche naturali, catene montuose o spine dorsali dell’ecosistema.

Il rischio tuttavia è di notare solo gli esempi negativi, anche per un amante della discettazione in sé qual è il sottoscritto.

Un altro tema che mi sta a cuore di cui invece ho parlato raramente è la funzione di autoanalisi del blog. Per ora ho molte idee e molto confuse, motivo per cui ho tardato a metterle in ordine. L’idea di base è che la scelta degli argomenti, dei modi e dei tempi di scrittura può fungere molto efficacemente da scoperta del sé o almeno di approfondimento.

La cosa è molto evidente in un diario personale ma non è il solo terreno di gioco disponibile. Certo è che in un diario la parte difficile è raccontarsi senza sbracarsi, compito non facile che cerchiamo di fare su iBaby. Portare delicatamente alla luce qualcosa di sepolto da lungo tempo è un grande risultato.

Quando mi imbatto in esempi positivi di questo tipo mi fermo a leggerli e faccio tanto di cappello.

Quando qualcuno, come la mamma di una ragazza gravemente malata conosciuta per caso in treno anni fa, mi racconta spontaneamente un episodio privatissimo e dignitoso, ciò mi fa sentire onorato. Anche se un minuto dopo tutto torna come prima, da bravo spaccatore di capelli in 2n.