Perché l’informazione migliora quando

Perché l’informazione migliora quando chi la fa viene sottoposto ogni giorno a un check – pure feroce – su quello che scrive, che fa o che dice: ma concreto, fattuale, puntuale, onesto, autentico. Con una contrapposizione di argomenti, di visioni, di idee, di fatti. Con l’onestà intellettuale. Con la trasparenza. Possibilmente senza riferimenti ai difetti fisici dell’interlocutore. O alla sua appartenenza a una categoria – quale che essa sia. Facendo infine propria, se possibile, anche una ecologia del linguaggio che ormai mi pare irrimandabile e che ha come unica alternativa la barbarie e i forconi.

(Via Oppo, Grillo, noi giornalisti)

Passare oltre, andare alla sintesi fra tesi (il giornalista intoccabile) e antitesi (il giornalista casta) a colpi di factchecking, secondo Alessandro Gilioli che la dice molto meglio di me.

La mazzetta dei giornali

Domenica mattina piovosa. Risparmio a mia madre il freddo dell’uscita rituale dal giornalaio. Sto ritirando la mazzetta dei giornali, accuratamente composta che neanche Prima Pagina, quando sento dietro la mia testa un’anziana cadenza bulgnais:

– Mi dà il Giornale?
– E’ finito, l’ho detto anche sua moglie!
– Allora mi dà Tuttosport?

D’improvviso mi balena in testa un post – questo post – sul pluralismo delle fonti d’informazione, sullo spaccato sociale degli anziani del quartiere, etc. etc. Purtroppo (per me, per noi, per tutti) la conversazione continua:

– Mo cosa ha preso, poi, mia moglie?
– Ha preso Libero.

Ah, ecco.

Il futuro cartaceo dei quotidiani online

A casa mia sono entrati 3-4 quotidiani da quando ho memoria ovvero da circa 40 anni.

I miei genitori ormai ottantenni continuano a comprare 2-3 quotidiani nonostante siano stati discretamente alfabetizzati su internet dal sottoscritto con iMac (da anni) e iPad (da qualche mese). Ci sentiamo addirittura via ichat e skype, nonostante ci separino soli 600 metri.

Eppure, le mie vittime i miei allievi informatici preferiti continuano a farsi tenere il supplemento tuttolibri dal giornalaio, a procurarsi il giornale di ieri che c’era un fondo tanto bello, a richiedere i DVD arretrati.

Io ho sempre avuto un’allergia per questo fiume di carta e soprattuto per il modo in cui è scritta (ma su questo vorrei tornare più avanti). Fatto sta che io seguo le notizie solo online e loro quasi solo su carta e naturalmente ce le segnaliamo a vicenda.

Ieri sera sosta veloce a riprendere i bimbi. Mia mamma dice che c’è un giallo sulle parole del Papa sui preservativi, un errore di traduzione. Io la fermo: c’è una bella analisi sulla notizia del Papa e preservativi sul Post. Prendo il suo iPad e le mostro la pagina web.

Segue domanda: cos’è il Post?

Rapida spiegazione sul quotidiano online di Luca Sofri, lo stile non urlato, l’analisi comparativa con la citazione di più fonti, la possibilità di farsi un’idea al volo su cosa dicono gli altri giornali e siti.

Un severo sguardo paterno accompagna la domanda finale: sì ma… queste “pagine”… si possono stampare?

Medito a lungo su Giornalismo e nuovi media, la crisi dei quoditiani, l’accumolo di carta poi rispondo, semplificando: tutte le pagine web si possono stampare…

Readability: web e giornali dalla pubblicità alla lettura

Sono giorni caldi per la storia d’Italia. Un tantino e via. La mia frequentazione dei quotidiani online è decisamente aumentata e di conseguenza è stata messa a dura prova la mia sopportazione per l’impaginazione da portalone anni ’90.

Dopo la geniale trovata di impadronirsi dell’intero sfondo del giornale la novità di oggi delle fervide menti dei creativi del web ha partorito un banner a espansione che si allarga fino a metà pagina per poi chiudersi da solo, una volta assicuratosi che di prima mattina ti sia venuta voglia di fare snowboard con un’auto nuova (o almeno così ho capito io prima del primo caffé):

repubblica_pubblicità

Oggi piuttosto che leggere avrei chiuso il browser se da qualche mese non avessi avuto una comoda bookmarklet

readability_bookmarklet

che mi trasforma la pagina di Repubblica in quella di un ebook:

repubblica_readability

Leggere dovrebbe essere un diritto, e proprio ad un articolo Pennachiano di A List Apart in difesa del lettore, arc90 ha risposto con un esperimento chiamato Readability.

Si tratta di un javascript che, istallato come bookmarklet, analizza la pagina che stiamo leggendo e la riformatta secondo le nostre indicazioni per trasformarla in una pagina elegante e comoda da leggere.

Readability è un gioiellino di programmazione web, funziona egregiamente su pagine che hanno un evidente contenuto principale di testo (è inutile su tutte le home page, per intenderci) ed elimina tutto il rumore di fondo costituito sia dalla pubblicità sia dalla cattiva impaginazione, ostinatamente reminiscente dell’impaginazione su carta.

Istallato per fare una prova dopo la segnalazione di John Gruber non riesco più a farne a meno: funziona egregiamente sui maggiori quotidiani (Repubblica, il Corriere, la Stampa, l’Unità, curiosamente non va sul Giornale), praticamente su tutti i blog di WordPress e Blogger.

Punto Informatico è tornato un piacere da leggere, quasi com’era nel 1996. Niente più banner lampeggianti a metà articolo.

Fin qui il dato tecnico. Dopo qualche mese di uso una riflessione sul concetto di lettura online mi è venuta a galla. Prima di tutto la comodità percettiva: forse è l’età, forse la maggiore disponibilità di grandi monitor ma io mi trovo molto meglio con i font ingranditi ed eleganti; l’occhio più riposato, il senso estetico appagato, riesco a concentrarmi meglio su quello che leggo. La mia soglia di distrazione si è pericolosamente abbassata e così come non sopporto i rumori intorno a me, basta un titolone sparato o un richiamo di spalla per spostarmi l’attenzione.

Il secondo punto è proprio l’attenzione: più il web sposa la personalizzazione del contenuto, l’andarsi a procurare ciò che si desidera nella forma che si desidera e più l’attenzione diventa una “merce” delicatissima. Purtroppo questa merce viene contesa a suon di urli dai messaggi pubblicitari. Il cervello riceve, tramite occhio e orecchio (su web come sulla tv), degli strattoni continui e sempre più forti. In televisione il cervello sta sul binario del palinsesto e della diretta, su carta sta su quello dell’impaginazione ma sul web passeggia per i fatti suoi.

Sul web quel che conta è l’interesse, non l’attenzione.

L’interesse è duraturo, l’attenzione è momentanea: se catturi quest’ultima col tuo banner elastico e lampeggiante, a breve termine la ottieni ma a lungo termine ottieni il mio fastidio, ovvero il mio interesse negativo. Su questo i pubblicitari del nuovo millennio dovrebbero ripensare le loro strategie.

Spazzare via l’impaginazione non è un attacco o denigrazione vero chi pubblica contenuti, anzi: è un atto di rispetto e interesse, appunto. Se ti leggo, ti voglio leggere con calma, a modo mio, ripago con il mio tempo e la mia concentrazione la fatica che ci hai messo a scrivere. Se il contenuto è buono questo meccanismo di feedback virtuoso si innescherà da sé. E questo vale per i miei blogger preferiti, per gli editorialisti preferiti e anche per i notizie che “tocca” leggere.

Make good products.

Google vs. magistratura italiana visto da Corriere e Macworld

Oggi nel passarmi un po’ dei 18mila post non letti in Google Reader, mi imbatto in un titolo curioso di Macworld USA:

Report: Google accused of violating Italian law

An Italian prosecutor has accused Google of violating Italian and European regulations in the way it handles its e-mail communications, the Corriere della Sera newspaper reported Monday.

L’articolo non linka il Corriere, ma basta una breve ricerca sul sito e trovo il pezzo del 28 settembre:

Milano, i pm contro Google: «Nasconde i suoi dati» – Corriere della Sera

Il procuratore: «Informazioni rimosse violando la legge». La replica: «Decidiamo noi cosa svelare»

Entrambi gli articoli riportano i fatti in maniera abbastanza completa (i magistrati italiani si lamentano che Google non fornisca i dati dei sospettati né li trattenga per 12 mesi) con una differenza: la “replica” citata dal Corriere si limita ad una frase ufficiale della vicepresidente degli affari legali di Google, Nicole Wong.

Macworld invece è andato ad informarsi direttamente telefonando alla portavoce di Google Simona Panseri, riportando una replica più approfondita (“La Polizia Postale può conferma che Google ha sempre collaborato alle indagini”) da cui si impara, tra l’altro che:

Wong’s letter was confidential and its publication could damage the interests of honest Internet users in Italy, Panseri said.

Il Corriere, pur meritevole di un paragrafo esplicativo sul concetto di cittadinanza in rete, dedica quasi tutto il pezzo alla chiosa per esteso della lettera di Carnevali, cita una frase della lettera riservata di Wong e non alza il telefono per cercare una conferma.

Macworld, che di solito si muove fra Twitter, aggiornamenti di Mac OS X e applicazioni Mac, si prodiga a cercare un riscontro e un altro punto di vista.

Mario Calabresi e l’innovazione agile

(via friendfeed)

Segnalo questo intervento in cui in soli 10 minuti Mario Calabresi racconta come abbattere i muri di cartapesta che ostacolano piccole e grandi innovazioni.

La leggerezza, citata da Lezioni Americane, mi ha ricordato i presupposti della Metodologia Agile.

L’apertura di dibattito su ogni dettaglio, la necessità di indire riunioni e istituire commissioni di verifica mi hanno paurosamente ricordato il lavoro quotidiano, invece.

Moralismi

Il limpido rapporto tra giudici e giornali
Sui contenuti si può esercitare chiunque, e ce n’è: ma io chiedo ancora, i nastri con le registrazioni delle telefonate di Berlusconi e Saccà coperte da segreto le lascia un cancelliere del tribunale sotto lo zerbino a Repubblica, o mandano un fattorino con le ordinazioni insieme a quelle delle pizze? (O il telefono di Saccà è deviato direttamente sul centralino del gruppo l’Espresso, così facciamo prima?)

Caro Luca,

dentro di me c’è un moralista dibattitologo, spaccatore di capelli in potenze crescenti di 2n. Difesa della privacy, dei princìpi, della correttezza dell’informazione, del garantismo contro le fughe di notizie te ne posso dare quanti ne vuoi alla prossima Kinder.

Tuttavia abitiamo in un paese di merda, abitato da furbi che pensano di vivere in mezzo ad altri furbi e si attrezzano con coltello fra i denti a combatterti, parcheggiarti in tripla fila e sorpassarti a destra sulla corsia d’emergenza tagliando la strada alle ambulanze.

Il paese dei furbi ha eletto un furbo-capo, padrone di un impero mediatico, che per un certo numero di anni si è fatto i comodi suoi, facendosi scrivere le sue leggi dai suoi avvocati, controllando la televisione pubblica mentre il giornale di famiglia ci dava dentro con scoop e rivelazioni contro gli avversari.

Si dà il caso che il mestiere del giornalista sia uno sporco lavoro e qualcuno debba pur farlo. Quando ti ritrovi un’intercettazione tra un (ex) presidente del consiglio e il direttore di rai fiction che conferma nero su bianco (e audio su silenzi) ciò che è sempre rimasto nel limbo di diceria non provata, cosa fai, non la pubblichi?

Anche il dissezionatore di capelli qui scrivente non avrebbe avuto il minimo dubbio.

Il furbo-capo è stato sorpassato a destra sulla corsia di emergenza. L’ambulanza ha ceduto il passo.

E’ un paese di merda abitato da furbi, Nano. Dovresti saperlo. Credimi, mi sto sciogliendo in lacrime.

Nano-nano.