Parigi non è solo

 

Parigi non è solo una nota meta turistica.

Parigi non è solo la ville lumière.

Parigi non è solo le foto dalla piramide del Louvre o dalla torre Eiffel.

Parigi non è solo l’accento francese.

Parigi non è solo un tricolore sulla foto profilo. 

Succede che da quando sei piccolo hai amici francesi e parigini.

Succede che finisci per studiare il francese alla scuola media e trovare il miglior professore di francese del mondo al liceo (che, ovunque sia ora, sarà attaccato su twitter, con la vista ritrovata).

Succede che ti fanno studiare i romanzi dell’800 e ti sembra di conoscere ogni strada e ogni piazza.

Succede che quando ci vai e ci torni in vacanza ti innamori anche i marciapiedi, per non parlare del metro dove ti aspetti di incontrare Zazie.

Succede che in questo momento 15 ex studenti di liceo che hanno le lacrime agli occhi mentre sono incollati alla rete e pensano al vocione di quel professore che vagava tra i banchi. 

Succede che alcuni di loro ci sono andati a vivere a Pairigi, tanto le hanno voluto bene e noi dall’Italia ci preoccupiamo.

Parigi non è solo i cugini francesi.

Parigi è dentro di noi.

E fa molto male.

Apple configura anche i teatri

Everything visible inside the Bill Graham Center was installed by Apple. Most of the structure was built just for the event. They even bought all the seating — you should probably contact Apple if you’re looking to buy theater seating. Effectively, Apple designed and built their own custom theater just for this event. It looked great.

via Daring Fireball: Brief Thoughts and Observations Regarding Today's 'Hey Siri' Apple Event.

All’evento di presentazione di iPad Pro, iPhone 6S, Apple TV Apple ha curato anche l’allestimento interno del teatro, nonché audio e video.

La Rete, 20 anni dopo

zeldman.com ha compiuto 20 anni. Jeffrey Zeldman, pioniere e profeta degli standard web, coglie l’occasione per dare un lungo sguardo indietro al cambio di abitudini indotto dal cambio di tecnologie. Di tutto il lungo pezzo mi ha colpito questo passo:

Today, because I want people to see these words, I’ll repost them on Medium. Because folks don’t bookmark and return to personal sites as they once did. And they don’t follow their favorite personal sites via RSS, as they once did. Today it’s about big networks.

Oggi tutto ruota intorno alle grandi reti, intese come grandi infrastrutture di servizi: grandi community, grandi pubblicazioni massificate.

Una volta credevamo di abitare in piccoli quartieri di casette monofamiliari invece oggi ci ritroviamo incasellati nei grattacieli della grande metropoli. Possiamo ancora abitare nel nostro blog di periferia ma per partecipare alla vita attiva dobbiamo frequentare il grosso centro commerciale di Facebook, scrivere i nostri pensieri e conversazioni sulla bacheca di Twitter e gli scritti lunghi sulle riviste di Medium. Se vogliamo essere notati o lasciare un segno visibile sulla rete dobbiamo quantomeno ripubblicare i nostri contenuti in casa d’altri. Regalandoglieli.

Questo meccanismo accentratore non ha risparmiato nemmeno la posta elettronica, la modalità di scambio di informazioni decentrata per eccellenza, quella che aveva reso indipendente ogni nodo della rete molti anni fa. Prima di avere tutti un accesso personale ad Internet, nei primi anni 90 eravamo soliti ritrovarci nelle BBS, server raggiungibili solo tramite connessione telefonica che comunicavano tra loro a intervalli regolari scambiandosi messaggi.

Finché ci si parlava sulla stessa BBS si attuava una configurazione “a stella”: tanti utenti si connettevano nello stesso punto depositandovi messaggi pubblici e privati. Al crescere dei nodi della rete di BBS e, successivamente, applicando lo stesso modello ai nodi della rete Internet, la configurazione per lo scambio dei messaggi cambiava: l’utente A si connette al nodo a lui vicino che trasmette il messaggio ad un altro nodo vicino all’utente B. I due nodi possono non avere niente in comune, essere di proprietà diverse e appartenere a reti diverse. Era il bello della rete, la sua intrinseca orizzontalità e democrazia diffusa.

Oggi tutto questo è ancora vero sul piano strettamente tecnico: ci sono ancora moltissimi fornitori e server di posta che si scambiano messaggi in maniera indipendente ma i comportamenti collettivi degli utenti della rete li portano a utilizzare solo i servizi di posta dei grandi colossi: Google, Apple, Facebook. Molto facili da usare, molto seducenti, soprattutto perché “tutti gli usano”.

Sempre dal punto di vista tecnico questi colossi possiedono una moltitudine di server ma dall’utente sono visti come punto di ingresso unico: un cloud, ma non importa come lo chiamiamo. Quando vogliamo mandare un messaggio dal nostro indirizzo Gmail ad un nostro amico che, con tutta probabilità avrà anch’egli un indirizzo Gmail, ci connetteremo ad un server di Google e così lui o lei (o asterisco) si connetterà ad un server di Google per leggerlo.

Di nuovo una configurazione a stella, con un centro un po’ sfumato ma pur sempre a stella. Siamo dipendenti da pochi grandi nodi in mano a pochi grandi colossi.

Un discorso ancora più deprimente si potrebbe fare per i sistemi di messaggistica istantanea e chat che non hanno mai realizzato di fatto una vera configurazione federata ma preferisco tenermelo per un altro post per non rovinarmi questo giorno di ferie.

20 anni dopo (forse qualcosa di più, nel mio caso) ho trovato una rete di tecnologie che va ben oltre quello che mi sarei augurato di trovare ma ho trovato anche una rete fatta di economia, capitali e comportamenti sociali che sembra riprodurre pattern umani preesistenti senza promuovere una vera evoluzione.

Pappanoinweb: gran finale dedicato a Meyerbeer

Si chiude stasera la serie di concerti di Pappanoinweb di cui vi avevo già parlato.

La serata è dedicata a Giacomo Meyerbeer e vedrà protagonisti oltre alla direzione di Antonio Pappano, la voce del soprano Diana Damrau.

Di ritorno dalla piscina dei bimbi mi sintonizzerò sullo streaming e su Twitter mediante l’hashtag #pappanoinweb.

Excel: anni e mesi tra due date – metodo alternativo

Qualche giorno fa Gaspar ha proposto un metodo per calcolare con Excel il numero di mesi divisi per anno solare tra due date arbitrarie. Il problema da risolvere è ripartire le quote annuali di iscrizione ad un’associazione professionale. Cito dal post di Gaspar Excel: anni e mesi tra due date:

Paola lavora per una associazione professionale e si occupa delle iscrizioni, che iniziano in periodi diversi e valgono per periodi diversi. Anche l’ammontare della quota varia a seconda del tipo di socio.

Paola ha bisogno di imputare a ogni anno la parte di quota di iscrizione proporzionale ai mesi di validità di quell’anno. I dati rilevanti che estrae dal gestionale in un foglio di Excel sono la data di inizio, la data di fine e l’ammontare della quota:

situazione_iniziale

Ti faccio un esempio: se un socio in data 01/06/2012 ha pagato $240 per 24 mesi, Paola vuole imputare $70 nel 2012, $120 nel 2013 e $50 nel 2014.

Il metodo di Gaspar, cui avevo già suggerito di tenere conto di intervalli di tempo maggiori di 24 mesi, si basa su individuare dove si trova la “testa”, il “corpo” e la “coda” della sequenza di mesi rispetto alla scansione degli anni solari. Gaspar perciò individua quanti mesi ci sono nel primo anno, quanti nell’ultimo e quanti negli anni intermedi. La somma fornisce il numero totale di mesi e le tre categorie forniscono una classificazione in cui andare a piazzare le colonne di ogni anno, verificando per ogni cella annuale a colpi di funzione logica SE, l’appartenenza al primo anno o all’ultimo anno (assegnando quindi il relativo numero di mesi), ad un anno intermedio (assegnandogli di default 12 mesi) o lasciata vuota (l’ultimo caso della catena di SE). Ogni casella viene infine moltiplicata per la quota mensile per socio.

Il metodo presuppone due assunzioni forti:

  1. Che si conosca in anticipo l’anno minimo e massimo di tutta la serie di dati, per preparare correttamente le colonne
  2. Che non vi siano due date all’interno dello stesso anno, ad esempio un abbonamento di soli tre mesi:

Date nello stesso anno

In questo caso l’Excel calcola per il primo anno il numero di mesi fra la data iniziale e il mese di dicembre, sbagliando i calcoli (riga 11 dei dati di Gaspar che ho alterato per fare la prova).

Amo poco l’uso di catene IF-ELSIF-ELSE e avevo l’impressione che il metodo si potesse risolvere minimizzando l’uso delle funzioni condizionali e usando un numero minore di informazioni. Inoltre volevo risolvere anche il caso di due date nello stesso anno. La soluzione si è basata su questi tre punti:

  1. Individuare correttamente i mesi del solo primo anno
  2. Calcolare direttamente i mesi totali
  3. “Spalmare” i mesi totali su tutti gli anni successivi

Per fare questo occorre fissare i dati del problema che troveranno posto nelle prime quattro colonne dalla E alla H.

Per prima cosa ho calcolato in colonna E il numero di mesi totale fra le due date (DATA.DIFF) e in colonna F la quota mensile per socio, per non doverla ricalcolare ogni volta nelle celle annuali:

mesi totali

Quota mensile

A questo punto ho inserito in colonna G un controllo per verificare se la data di inizio e fine appartengono allo stesso anno, inserendo 1 in caso positivo e 0 in caso contrario:

=SE(ANNO($B3)=ANNO($C3);1;0)

Stesso anno

Infine, in colonna H, calcoliamo quanti mesi dobbiamo imputare al primo anno, andando a verificare nella colonna precedente se la data di inizio e fine cadono nello stesso anno solare:

=SE($G3;MESE($C3)-MESE($B3)+1;13-MESE($B3))

Mesi primo anno

Da qui in avanti comincia il calcolo vero e proprio. Ho inserito anche colonne di anni esterni all’intervallo dei dati di Gaspar per verificare che il metodo restituisse zero mesi negli anni fuori dall’intervallo consentito.

Nel mio metodo la prima colonna a sinistra nella serie degli anni è speciale: funge da “seme” iniziale su cui le successive fanno un calcolo per accumulazione. In colonna I controlliamo quindi se il valore dell’intestazione è uguale all’anno iniziale, se lo è inseriamo i mesi del primo anno, altrimenti zero. Questo controllo sarà comune a tutte le celle successive:

=SE((I$2-ANNO($B3)=0);$H3;0)

Mesi 2011

Negli anni successivi eseguiamo due controlli:

  1. Se il valore dell’intestazione della colonna è uguale all’anno iniziale (come nel caso precedente), nel qual caso inseriamo il numero di mesi del primo anno
  2. Se la colonna è maggiore dell’anno iniziale, nel qual caso si tratta di un anno intermedio o finale. In questo caso inseriamo il numero di mesi di quell’anno calcolandolo come il valore minimo (MIN) fra 12 mesi (anno intermedio) e la differenza fra i mesi totali meno la somma dei mesi sottratti in tutte le colonne a sinistra. In formula:

=SE((J$2-ANNO($B3)=0);$H3;SE((J$2-ANNO($B3))>0;MIN(12;$E3-SOMMA($I3:I3));0))

Sembra più complicato a dirsi che a farsi, in realtà è semplice. Avendo noi fissato i mesi del primo anno e i mesi totali, ci accertiamo che una certa colonna sia diversa dal primo anno e andiamo a scriverci i mesi residui dal conto totale. Vediamo come esempio la prima riga dei dati di Gaspar. Si tratta di un abbonamento iniziato nel 2012 e finito nel 2015 per un totale di 36 mesi.

Nel 2012 abbiamo 7 mesi, che vengono copiati correttamente nella colonna J (la colonna I fallisce il controllo fra intestazione della colonna e anno e quindi riporta giustamente 0)

Mesi 2012

Nel 2013 rimangono 36-7 = 29 mesi, cioè più dei 12 mesi che formano un anno intermedio. La formula con la funzione MIN della colonna K riporta quindi 12, il minimo fra 12 e 29:

Mesi 2013

Nel 2014 i mesi restanti sono 36-7-12=17 mesi, ancora più grande di 12 quindi la colonna L riporta 12 mesi.

Nel 2015, ultimo mese di abbonamento, i mesi restanti sono solo 5, minore di 12, quindi la colonna M riporta il valore 5.

E le colonne successive? Come fanno a sapere di essere esterne all’intervallo degli anni? Facile: non lo sanno!

Nella colonna N come nella O e nella P, verificata la condizione che il relativo anno di intestazione (2016,2017,2018) sia maggiore dell’anno iniziale (come per tutte le colonne precedenti), la “magia” viene fatta ancora una volta dalla funzione MIN: Il calcolo dei mesi residui dà sempre 0: 36-7-12-12-5-0-0-0-0-… = 0 e il minimo fra 0 e 12 è sempre…0!

I vantaggi di questa formula sono molteplici:

  • Non c’è la catena di IF-ELSIF-ELSE (migliore leggibilità)
  • Non devo controllare se sono sull’ultimo anno né se sono su anni intermedi con una doppia condizione, basta solo che non sia sul primo anno, il resto viene per differenza
  • Usando correttamente gli indici di colonna iniziali con il segno $ la sommatoria può essere spalmata automaticamente facendo copia e incolla delle formule sulle celle successive (utile in caso di macro).

Per concludere il calcolo bisognerebbe aggiungere tante colonne quanti sono gli anni in cui fare la moltiplicazione effettiva della quota mensile. Non l’ho fatto perché ho preferito concentrarmi sul calcolo teorico dei mesi. Personalmente preferirei fare un secondo foglio di calcolo che, usando i riferimenti alle colonne annuali del primo, si occupi solo della moltiplicazione: in questo modo non dobbiamo nascondere le colonne dei mesi e possiamo consultarle facilmente in caso di dubbi.

Bonus: ecco di nuovo la riga 11 con l’abbonamento “corto” nello stesso anno correttamente calcolato.

Stesso anno - esempio

Trivia: il foglio di calcolo è stato fatto il giorno di Pasqua con Numbers sull’iPad (da cui le screenshot colorate) e poi esportato in Excel (da cui ho tratto le formule testuali). In allegato i due file:

P.S.: per i solutori più abili: anche il mio metodo usa un terzo IF ma è ben nascosto!

Senza la sua risata

Marco Zamperini è scomparso poche ore fa.

FunkyProf in B/W

Il FunkyProf, il dispensatore di Prestigio, il regalatore di idee, compagnia, calore, genialità, ironia e risate improvvisamente non c’è più.

Infarto.

Proprio all’ultimo State of the Net, nel suo keynote Internet everywhere, aveva messo nella slide introduttiva “ho avuto un infarto”.

Credetemi, da queste parti sappiamo cosa vuol dire.

Potevi non sapere chi fosse nel dettaglio ma non potevi fare a meno di incontrarlo in una qualunque adunata dei socialini, convegno serio o faceto, e farti contagiare dalla sua carica geniale e ironica.

Mi dispiace molto, moltissimo.

Un grande abbraccio alla moglie Paola e alle figlie Rebecca e Bianca.

La musica si impara da piccoli

1. Si parla spesso delle “scuole medie coi flautini dolci”, come se ci fosse una delega totale all’educazione dell’orecchio alla scuola dell’obbligo. Ma quando mai. La musica si impara, come la parola, come la pipì sul vasino, come la forchettina e il bicchiere con due manine, da mamma e papà.

(via La Flauta – L’educazione alla buona musica (come provare a cambiare il mondo))

La Flauta ha scritto una bellissima lettera al Ministro Bray e questo gli risponde nei commenti trascinandosi anche Gino Paoli come presidente SIAE.

Non contenta di aver conquistato i siti di news musicali e la home page del sito SIAE, si è montata la testa ed è passata alla parte propositiva.

E anche stavolta lo fa da applauso a scena aperta.

Non foss’altro perché ieri sera Piero Angela ci ha presentato un servizio sui neuroscienziati che hanno dimostrato che il cervello di bambini educati precocemente alla musica funziona meglio di quello degli altri bambini.

Non foss’altro perché la musica, vissuta e capita – per non dire studiata – è un piacere della vita che se la gioca ai punti col sesso e il cibo.

Non foss’altro perché, tra le righe, la Flauta si immagina una generazione che si appassiona alla musica e non ai testi delle canzoni, confondendo la litania cacofonica di voci stonate che azzeccano le parole di tutte le strofe di De André o Guccini (erre moscia compresa) in fondo al pullman della gita scolastica con l’amore per la musica di quelle stesse canzoni.

(ho citato solo i Grandi, sorvoliamo sul sapere – e trovare belle – tutte le strofe di Ramazzotti e co.)

Del resto lo aveva(mo) già scritto che la musica viene prima.

La musica è una gran figata e il godimento si nasconde nei passaggi, negli accordi, nell’insieme e nell’assolo ben dosati, nell’armonia e in un sacco di altri anfratti. Talvolta anche nella melodia, dai.

Se la musica italiana fosse cibo, mangereste sempre pasta al pomodoro e basilico?

Conoscendo davvero la musica si può veramente cambiare il mondo cambiando noi stessi. Non è un’esagerazione.

Notizie non negoziabili

Scorro i giornali e penso con un sorriso a don Andrea Gallo che fuma il sigaro in cielo: lì si può fumare quanto ti pare, e non fa male, diceva il mio grande amico Paolo Giuntella che se n’è andato il suo stesso giorno, cinque anni fa. Prima pagina del “Manifesto” (bellissima): «Il padre Nostro», foto del prete di strada con in mano un fazzoletto rosso. “Repubblica”: «Addio a don Gallo, il prete dei dimenticati», editoriale in prima di Vito Mancuso. “La Stampa”: «Ha unito cielo e terra», il ricordo di don Luigi Ciotti (in prima). “Il Fatto quotidiano”: «Grazie Don», e le prime cinque pagine. Arrivo ad “Avvenire”, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana che ama definirsi il giornale dei cattolici italiani e la foto di don Gallo, in prima pagina, non c’è. L’occhio passa in rassegna i titoli, ecco finalmente la parola Genova, taglio centrale. Oh, bene, è un ricordo di don Gallo? Macchè: «Unioni civili: Genova strappa», informa il foglio dei vescovi. «Nel capoluogo ligure via libera al registro delle coppie di fatto». Ah, ecco, evidentemente era quella la notizia non negoziabile. E la morte del prete ligure? Sfoglia sfoglia bisogna arrivare fino a pagina 13. Taglio basso, accanto ai necrologi. Un pezzo non firmato, un redazionale come si dice, forse erano tutti occupati ieri ad “Avvenire”, quattro agenzie incollate in fretta e furia, con le parole del cardinale Bagnasco e l’avvertenza per l’uso: «Non di rado le sue prese di posizione erano apparse in aperto contrasto con l’insegnamento della Chiesa». Tante volte qualche sprovveduto lettore cascasse nel tranello.

(Via Don Gallo senza Avvenire » Lost in Politics – Blog – L’espresso via Alessandro Gilioli..)

Marco Damilano sulla scomunica a mezzo stampa da leggere tutto.

L’effetto rete su Marini

La notte precedente attaccato a Twitter, interagendo con chi come Scalfarotto o Civati faceva la cronaca dal Capranica sulla propria pelle mi sono illuso di aver dato una spintarella:.

Luca Sofri lo dice meglio:

Per come l’ho vista io, senza internet e i social network, ieri intorno alle 19 Bersani e Berlusconi si sarebbero accordati su Marini, e i telegiornali avrebbero accennato a questo come un retroscena, di fronte a spettatori intenti a cenare e fare altro, molti dei quali avrebbero borbottato un po’ nei loro tinelli. Poi Bersani sarebbe andato a spiegare la scelta ai suoi parlamentari, alcuni dei quali avrebbero mugugnato, ma senza ricevere un flusso costante di reazioni sempre più aggressive da internet (persino di gente che di Marini non sa niente, solo che è vecchio e democristiano) e senza quella pressione: ignari, di cosa ne pensassero gli italiani. Qualcuno avrebbe dissentito, ma sarebbe finita lì: neanche si sarebbe deciso di votare, a fronte di un limitato dissenso interno.

(Via Internet, Bersani e Marini | Wittgenstein)