Apollo 11: uno splendido cinquantenne

Oggi ricorrono i 50 anni dell’allunaggio, un momento storico che ha segnato tutti quelli della mia generazione e ha popolato l’immaginario dei viaggi spaziali con tute bianche, caschi sferici e zaino enorme.

La rete brulica di letture commemorative. Io, da bravo bolso, mi limito a segnalare lo specialone del Post e il racconto dell’89enne Michael Collins nel Google Doodle celebrativo.

Quello che significa per me l’allunaggio l’ho scritto nel post di 10 anni fa per il quarantennale dello sbarco sulla luna.

(Toh, una volta si scriveva sui blog).

Mi soffermo invece su questo video di cui consiglio la visione integrale in cuffia cercando di seguire l’audio inglese. È la ricostruzione integrale dell’allunaggio visto dall’interno della cabina del LEM usando l’audio degli astronauti, del controllo volo a Houston e i dati della strumentazione (altitudine, inclinazione, programmi del computer in uso).

Emozionante.

Quella foto per Freak

Beatles by Norman Parkinson

30 anni fa a Bologna c’era un negozio di fotografia in via Volturno. Un gran bel piccolo negozio, figlio di un altro grande negozio che esiste tuttora, che aveva l’unica sfortuna di trovarsi sulla traiettoria casa-scuola di un giovine bolso di sedici anni preso tra due sue grandi passioni (manie, per meglio dire): i Beatles e la fotografia.

Erano gli anni 80, i più giovani faticheranno a capire che si trattava di due passioni ardue da perseguire: quella musicale doveva limitarsi a ellepi e cassette da comprare con la propria paghetta, qualche speciale televisivo e un paio di libri, la seconda era una scalata verticale economica, un vortice risucchia-risparmi alimentato da reflex, pellicole, sviluppo e stampa, ingrandimenti, manuali e la lettura religiosa dei 120 fascicoli settimanali dell’enciclopedia Obiettivo Foto.

Niente Google immagini, niente iPhone, niente iTunes, niente youtube, niente di niente.

Rimediare una foto in più dei propri idoli voleva dire cercare un poster da Ricordi in via Ugo Bassi o spulciare vecchie riviste. Stampare una foto voleva dire fare i negativi, i provini, ordinare l’ingrandimento e aspettare.

Un pomeriggio come tanti passo dal mio negozio di fotografia preferito e rimango ipnotizzato da un cartoncino pubblicitario della Ilford: sfondo nero, i quattro volti dei Beatles e nient’altro. Una foto stupenda, mai vista prima da me, era appoggiata dietro alcuni obiettivi da reflex di seconda mano.

Cerco tutto il coraggio necessario a superare la mia timidezza adolescenziale e chiedo tremante se posso avere in prestito la foto per… rifotografarla. In un colpo solo posso far convergere due manie: riprodurre una foto dei Beatles e mettere in pratica le tecniche di ripresa in luce artificiale studiate in uno dei 120 fascicoli settimanali.

Manuela acconsente, si arrampica su uno sgabello, apre la vetrina e si mette a spostare obiettivi e accesori. Il compito non è agevole. Il cliente ha sempre ragione, specie quello che passa di lì – impietosamente – tutti i pomeriggi, ma alla fine sbuffa:

Giacanelli, lo faccio solo perché sei tu.

Arrosisco, la ringrazio e chiedo una Ilford FP4 per la riproduzione.

A casa allestisco il mio mini studio fotografico, scansando libri e giochi dal tappeto e appoggio la preziosa reliquia contro l’armadio bianco, lo sfondo più neutro che potessi rimediare. Una lampada da tavolo e un’abat-jour piazzate ai lati mi fanno da illuminazione professionale. Prendo un cavalletto da tavolo e ci piazzo la mia Yashica FX-D Quartz.

Credo di aver fatto almeno una ventina di scatti, forse ho adoperato tutti e 36 i fotogrammi per una foto immobile, variando l’esposizione in più o in meno come da manuale. Uno scatto finale da lontano come ricordo del set-up. Il giorno dopo porto il rullino a sviluppare al negozio. Riporto il prezioso reperto che torna al suo posto.

– I provini sanno pronti venerdì.

– Grazie ancora di avermelo prestato.

Venerdi ripasso, mi guardo i provini di 20 foto identiche per investire la paghetta nell’unico ingrandimento 20×30 che potevo permettermi. Elisa mi dice:

– Senti, ti dispiace se ne faccio fare una in più? Me l’ha chiesta un altro cliente.

Avrei fatto qualsiasi cosa per sdebitarmi.

– Figuratevi… Certo, fate pure!

Passano i giorni di rito in attesa dell’ingrandimento. Quando vado a ritirarlo nel piccolo negozio ci sono quattro persone che nascondono il bancone. Elisa mi vede, mi indica e uno di loro si volta:

– Ciao, grazie per questa foto, sai: siamo ammiratori sfegataaaati dei Beatles!

Ciao Freak, 30 anni dopo quella foto è ancora per te.

Dissetarsi

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Strano come i ricordi si fissino sugli oggetti più impensati.

Ché certi aspetti banali del fine vita rimangono più impressi dei monitor e delle flebo.

Le bottigliette d’acqua col beccuccio, quelle lunghe e strette, incavate al centro, sono state le ultime con cui riusciva a bere.

Il biberon di un moribondo. Un neonato alla meno uno che succhia a fatica.

Poi si è dovuti passare all’acqua solida in gel, una (non) bevanda irreale per non soffocare quando ti abbandona anche il riflesso della deglutizione.

È servita solo per pochi giorni.

Un anno dopo succede che quelle bottigliette finiscono tra le cibarie di una bellissima escursione sull’Appennino.

E non è colpa di nessuno se il ricordo riaffiora silenzioso come un soldato dei corpi speciali che strisciando ti prende alla gola.

E stringe.

Gli effetti collaterali di un’ottima memoria visiva.

La kryptonite dei call center

– Pronto, è il signor Federico?
– Sì ma se mi vuole fare una proposta commerciale la fermo subito.
– Non vuole neanche sentire…
– E’ contro la mia religione.
– Addirittura…
– E’ come un’endovenosa non richiesta o una supposta: se servono bene senno’ non è gradevole.
– Arrivederci.
– Arrivederci.

Questo dialogo è realmente accaduto un paio d’ore fa, circa.

Nonostante che abbia tolto dall’elenco il nostro numero fisso di casa e abbia iscritto mia madre al registro delle opposizioni, continuano ad arrivare telefonate dei call center più disparati. Non so quale checkbox di agreement debba aver cliccato ma non riesco a liberarmene.

Il fatto è, caro operatore, che anche se mi vuoi ricoprire d’oro (in equivalente sconti sulle spese) a me non va di essere cercato al telefono. Se occorre mi informo sul tuo sito. Sono timido: la telefonata è un mezzo molto personale. Non amo farne o riceverne se non ho stretta necessità o piacere di farlo. Ho difficoltà persino a chiamare un taxi, figurati.

Ho provato a spiegartelo, ho ascoltato varie offerte e ho notato che ogni tentativo di confronto diventa un appiglio per appiopparmi la vendita.

Quest’estate abbiamo fatto 40 minuti di telefonata con un telefonista di Napoli che non ci ha lasciato in pace finché non ci avesse spedito un contratto di un fornitore di energia che “avremmo potuto stracciare subito dopo”.

Per sua sfortuna nella registrazione telefonica obbligatoria ho risposto con formula dubitativa (“accetterò le clausole quando mi spedirete il contratto”). Il giorno dopo mi ha richiamato un collega e mi ha detto che per un problema tecnico andava rifatta. Ho detto no, grazie. Mi avete fatto passare un contratto vincolante con 10 giorni possibilità di recesso scritto via fax per una nota informativa. “Il mio collega ha sbagliato, tutti possono sbagliare”. Vero. Interessante però sbagliare dopo 40 minuti di sceneggiata napoletana (“risparmiate, vi fate una pizza a nome mio, ue'”) in cui non mi hai mollato finché non ho fatto quello che hai voluto tu (o quasi).

(non me ne vogliano i Napoletani, non generalizzo, vi adoro, sono empatico con voi, ma il ragazzo ha fatto di tutto per ricadere nello stereotipo).

Ho perciò deciso di dire la verità: “non mi interessa ricevere alcuna proposta commerciale”. Senza condizioni, punto e basta. Non voglio la tua pentola d’oro. Non al telefono quantomeno.

E così ho scoperto la kriptonite: quella frase stronca sul nascere qualsiasi tentativo di retention o di accalappiamento. Molto meglio di un improperio o di mandarli a quel paese. Anche e soprattutto perché chi ti telefona è un precario sottopagato che non ha colpa ed è solo programmato per trattenerti. Ho fatto il call centerista anch’io, ragazzi, vi capisco (avevo un ruolo tecnico ma capisco lo stesso la posizione) e spesso vi saluto e vi auguro buon lavoro e buona fortuna. Ma ricordate ai vostri superiori:

Non mi interessa ricevere alcuna proposta commerciale.

Risonanze

Gita in Calvana

(foto: La Repubblica Firenze)

C’è qualcosa di diverso dentro di noi quando si diventa genitori. Qualcosa fa clic e, volenti o nolenti, si percepiscono i fatti della vita diversamente, quasi fossimo dentro le teste di tutti gli altri genitori, belli, brutti, simpatici, antipatici, conosciuti o estranei.

E’ una cosa che vorrei spiegare al mio io trentenne di dieci anni fa che, alla notizia della morte di un bambino di 11 anni durante una gita in montagna avrebbe forse reagito con un “oh, poverino”:

E’ morto il bambino di 11 anni vittima di un attacco cardiaco mentre era in escursione sul monte della Calvana, sopra Prato. Altri ragazzi, di una comitiva di un gruppo parrocchiale di Paperino, alla periferia di Prato, secondo le prime informazioni sembrava che fossero disidratati e stremati. Ma la diocesi di Prato spiega: “A noi hanno detto che tutti gli altri piccoli stavano bene e che uno solo ha avuto il malore”. La Usl di Prato ha poi reso noto che i 74 bambini, il parroco e due accompagnatori “che apparivano emotivamente provati per quanto accaduto ma erano in buone condizioni di salute”.

Stamattina invece, ascoltando Prima Pagina, mi si è spento qualcosa dentro. Sarà che Ulisse ha appena preso un colpo di calore, sarà che di problemi cardiaci congeniti ne sappiamo qualcosa, sarà che conosco la montagna e la necessità di partire e tornare presto (non arrivi in quota alle 2 del pomeriggio, per dire).

Non è la somma di questi motivi razionali, è la morte di un bambino che da sola si propaga come un’onda nera dentro di noi e risuona sorda, senza giustificazione alcuna.

Siamo stati tutti piagnoni, l’importante è smettere

Io me la sono sempre ricordata questa cosa, quella che ad un certo punto si diventa adulti e si deve anche imparare ad essere adulti. E cominciare a gestire la propria vita e i rapporti con gli altri in modo molto meno strillato. Molto men “io sto male voi dovete capire”. La gente non capisce, e viva dio. Passeremmo il nostro tempo a stare dietro a chi ci è e a chi ci fa. Tra stare male e stare bene, è più difficile stare bene. Nessuna giustificazione, nessuna attenzione particolare da parte degli altri, nessun occhio di riguardo: stare bene, bastarsi, con i propri problemi, tutti i giorni lì con te. E trovare un modo, un passo alla volta, senza tragedie greche.

(Via Piangiamo insieme, così poi ci diamo di gomito | Sasaki Fujika Blog | © 2003-2012 | ver 4.0)

Un post da applauso che dice con le parole giuste una piccola grande verità nient’affatto scontata.

Qua siamo in sintonia con Sasaki non tanto perché da figlio di addetti ai lavori si riceve per osmosi una certa sensibilità su questi temi, non tanto perché la fase piagnona e vittimistica l’abbiamo attraversata tutti in uno o più punti dei nostri enta, non tanto perché abbiamo detto tutti “non sapete quanti guai ho io”.

Ma perché la società e la scuola in cui siamo cresciuti ci hanno insegnato un sacco di belle cose come fare i compiti, farli in tempo, prendere dei bei voti, essere persone per bene. Quello che non ci hanno insegnato è che la vita è una quest, che si va da qualche parte, e se non sai dov’è quella parte, anche in nessun posto speciale: ho sempre desiderato andarci è una bella meta comunque. Per andare da qualche parte bisogna metterci del proprio, prendersi delle responsabilità, fabbricarsi delle responsabilità se non sono già disponibili.

E se non capisci come fare, non devi mai smettere di guardarti dentro e ora che ci sono la rete, i blog, twitter e tutto il resto siamo tutti nudi di fronte a noi stessi e non è più pensabile smettere di cercare, dentro e fuori di noi.

Perché quando tocca a noi decidere e solo a noi, non ci sono alternative. Stare male è la parte facile e ti fa stare peggio, scegliere è la parte difficile ma ti fa stare bene, per sempre.

P.S.: con questo post Simone si scrolla di dosso l’autodefinizione di “persona triste”.

Stanchezza da vacanza

La disambiguazione è la distinzione delle due anime di un bisenso. Significa far risolvere ad un algoritmo semantico o al proprio cervello un pezzettino de La Pagina della Sfinge.

La stanchezza da vacanza è un disturbo sottile e strisciante che ti accorgi di avere quando è troppo tardi e ne sei intriso come una spugna carica di liquido. A luglio inoltrato, quando molta gente è già in ferie, ti rendi conto di non avere mai interrotto il lavoro da un tempo imprecisato e la cifra dei giorni di ferie non godute ti coglie di sorpresa. La concentrazione scompare dopo pochi minuti che sei alla scrivania, errori e svarioni ti piombano davanti come i cattivi in un videogioco, le orecchie ronzano in un jet lag di un viaggio mai avvenuto.

La stanchezza da vacanza è una sensazione che non sai di provare fin quando dimentichi il calendario. Affiora alla fine della vacanza, quando ti ricordi che oggi è domenica ed è diverso da lunedì, che i problemi sul lavoro non sono più silenti nel fondo del tuo cervello durante le lunghe dormite pomeridiane e che toh, forse ne puoi addirittura risolvere qualcuno facilmente. Quando avverti che può bastare così, quando l’anestesia finisce e il risveglio è imminente, gradevole o meno ma inesorabile risveglio.

Un elegante bisenso che si bilancia tra un bisogno e la sua soddisfazione, tra la fatica e il riposo, ying e yang tenuti insieme dalla giusta durata della vacanza ristoratrice.

Ma durata e frequenza delle vacanze sono parametri delicati e di difficile gestione. Troppo corta, troppo rara, not enough data, it doesn’t compute. Il cervello non ce la fa.

Il bisenso resta. Con tutta la sua ambiguità.

Coccolare le schede

La chiamata è arrivata il venerdi sera. Sabato mattina telefono all’ufficio elettorale, le vigilesse mi spiegano che posso rinunciare per gravi motivi familiari o impegni precedentemente presi.

Se mi chiamano a fare lo scrutatore il venerdì, ultimo giorno disponibile, vuol dire che tutti gli altri hanno già addotto gravi motivi familiari o impegni precedentemente presi.

Sono 21 anni che faccio lo scrutatore, è un lavoro stancante contrariamente alle apparenze; ho due figli, in casa siamo disfatti dall’insonnia, la tentazione di rinunciare è tanta.

Poi penso: tutti gli altri hanno già tirato il pacco.

Le facce che vedo all’ufficio elettorale quando ritiro la nomina me lo confermano.

E così vado a coccolare quelle schede, a contarle quando sono nuove nuove, a firmarle una per una, a sigillarle, a fare in modo che non succede loro niente, a ricontarle quando sono votate e a ricontarle di nuovo per confermare i risultati.

Insieme ai miei compagni di seggio, il cui presidente è un vecchio amico ritrovato, guidiamo gli elettori che, strano a dirsi, sono sempre smarriti e incerti in uno spazio così piccolo e così pieno di frecce e indicazioni su dove andare e cosa fare.

Se dici loro: “cabina due” la tua sicurezza diventa la loro. Se non dici niente vedi sguardi smarriti e passi incerti.

C’è ancora chi chiede indicazioni su come si vota, sul voto disgiunto e tu a spiegargli sugli esempietti a base di candidato Tizio e Caio, di croci su Sempronio.

Un anziano entra con fare deciso: Buongiorno, sono del 1918! E gli brillano gli occhi. E anche a noi. Complimenti! Eh, devo arrivare a 100!

Ne passerà anche uno del 1916, e un altro che dice “questa per me è l’ultima”. “Non dica così, l’aspettiamo fra 5 anni!”.

Quando si chiude la votazione comincia la vera fatica. Riempi verbali, prepari una matrioska di bustone, buste e bustine. Poi apri l’urna e ti prepari alla maratona dello spoglio delle comunali. Con i voti alle liste e al sindaco, con le preferenze, con i voti disgiunti, una scheda e tre o quattro stanghette in altrettante tabelle su due registri diversi. In duplice copia, col frontespizio rosso e con quello nero.

Inutile preparare mucchietti, ogni scheda va aperta, vista, scrutata, annunciata ad alta voce, scritte una, due, tre e quattro stanghette, riposta in ordine dove dovrà essere ricontata quando sarà in un mucchietto da dieci.

E gli occhi guardano croci calcate, croci tremolanti, segni flebili, preferenze sulla riga sbagliata, croci accennate dentro i pallini, perché ogni voto non vada perso, perché sia chiara la volontà dell’elettore.

Stimiamo due orette per chiudere tutto, ce ne metteremo tre e mezza solo per lo spoglio. 508 schede tirate fuori una alla volta non ti fanno mai vedere il fondo di cartone dell’urna e la volontà collettiva degli elettori di quella sezione viene fuori un quanto alla volta, come un’immagine che si componga pixel per pixel. Ogni voto conta ma la statistica si fa coi grandi numeri, finché pochi voti non si aggregano sui grandi numeri, dieci schede per una lista sembrano tante ma poi ne arrivano 20 per la lista rivale e poi 1 o 2 per una lista minore semisconosciuta. E ripensi a quei passi incerti, a quelli decisi, alla diversità della gente che è entrata, a quanto è difficile metterli d’accordo tutti e quanto sia delicata quella volontà in forma cartacea che ogni elettore ti ha consegnato.

E nessun voto deve andare perso, nessuna stanghetta in più o in meno rispetto ai mucchi di carta che stendi sui tavoli, e quel voto in più che non torna fa adombrare presidente e scrutatori, e tutti a testa bassa a recuperare quel voto smarrito ricontando 508 schede una per una, mucchietto per mucchietto, decine per decine fino a trovare l’errore e a confermare il totale esatto dei votanti.

Ogni scheda viene presa, coccolata, riposta, curata anche se fai fatica, anche se sembra assurdo nell’epoca di Internet.

E’ come cambiare il pannolino alla democrazia, rimboccarle le coperte, farla dormire tranquilla.

Almeno per me.

Ci salutiamo, facciamo lo scioglimento dell’adunanza, come recita il verbale e mi ritrovo a casa a fare refresh della pagina dei risultati delle elezioni di Bologna. Con Daria facciamo le nostre proiezioni casalinghe, e azzecchiamo il 50,5 di Virginio Merola, visto il numero di sezioni, la composizione dei quartieri e il parziale dei voti validi.

Ogni sezione che arriva penso a 6 persone esauste, ai tre scarni fogli A4 con i totali, ai bustoni chiusi con lo scotch e i timbri e a quelle 500 o 600 schede coccolate che dormono lì dentro, alla volontà degli elettori consegnata, alla fatica che è stata fatta per rilevarla e preservarla.

E non mi lamento se certe sezioni ci mettono molto, se i dati arrivano tardi, se le adunanze si sciolgono a notte alta.

E’ fatta, dormite bene piccoli voti.

La mazzetta dei giornali

Domenica mattina piovosa. Risparmio a mia madre il freddo dell’uscita rituale dal giornalaio. Sto ritirando la mazzetta dei giornali, accuratamente composta che neanche Prima Pagina, quando sento dietro la mia testa un’anziana cadenza bulgnais:

– Mi dà il Giornale?
– E’ finito, l’ho detto anche sua moglie!
– Allora mi dà Tuttosport?

D’improvviso mi balena in testa un post – questo post – sul pluralismo delle fonti d’informazione, sullo spaccato sociale degli anziani del quartiere, etc. etc. Purtroppo (per me, per noi, per tutti) la conversazione continua:

– Mo cosa ha preso, poi, mia moglie?
– Ha preso Libero.

Ah, ecco.