Reality check: l’avvocato di Beppino Englaro ed altro ancora

Devo ringraziare pubblicamente Sergio che, nel momento più buio dei giorni convulsi sul caso Englaro, ha indicato un faro, un binario per guidare lo sbando collettivo:

Reality check. Ecco, secondo me potrebbe essere una buona via d’uscita da questa pericolosa fase della vita democratica italiana, in cui chi parte per la tangente detta le regole del gioco e si porta dietro tutti, invece di essere energicamente richiamato all’ordine. Viviamo una realtà spesso costruita su certezze di terza o quarta mano, abbiamo bisogno di ingenti verifiche di corrispondenza con la realtà. Non saltuarie, ma costanti e distribuite. A cui ciascuno di noi è chiamato contribuire secondo le proprie competenze. Oggi abbiamo la voce pubblica per farlo, abbiamo il canale per mettere a disposizione quanto sappiamo.

(via Se tornassimo ai fatti » Sergio Maistrello)

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In questa vicenda si è cavalcato una questione delicatissima a colpi di slogan, insulti e messaggi (capziosamente) semplificati. Ci sono aspetti giuridici e medico-neurologici che io non mi permetterei di discutere come non permetterei ad un medico di polemizzare su come e perché ho dimensionato un web server o un database.

Impieghiamo qualche minuto ad approfondire qualche reality check. Naturalmente non si tratta di verità dogmatiche o incontrovertibili (le prime non esistono, le seconde sono rare) ma di buoni punti di partenza. Segnalo:

  • Il post di Antonella con diversi link, da Giovanni Bachelet, Ingazio marino e Umberto Veronesi (aggiungo solo una nota: aboliamo l’espressione “buon senso”, si presta troppo per tutte le stagioni)
  • il corposo editoriale di Stefano Rodotà scritto 24 ore prima della morte di Eluana Englaro.
  • L’intervista a Giuseppe Campeis, l’avvocato di Beppino Englaro, da cui emerge un ritratto del tutto opposto alle accuse di Marxismo che ha ricevuto:

    Mister 100 mila euro ha lavorato gratis. Lo chiamano così, a Udine. Dicono che per sedersi di fronte a lui, quella sia la cifra minima. A Beppino Englaro non ha chiesto una lira. «Credo nel mio mestiere. Mi illudo ancora di vivere in un Paese ordinato, come lo era una volta l’Austria, dove le sentenze si rispettano, dove c’è la separazione tra i poteri. Come cattolico, non mi sento in contraddizione. Questa era una battaglia di diritto».

    […]

    È stata una vicenda estrema, come la determinazione di Beppino Englaro a compiere la volontà della figlia. Quell’uomo è un simbolo di speranza, perché ha dimostrato che in questo Paese c’è ancora spazio per persone che credono ai prìncipi e alle regole. Per questo rimango convinto che ne sia valsa la pena».

    (via «Volevano il golpe, così l’ho sventato» – Corriere della Sera grazie a Daria che me l’ha fatto trovare sul browser)

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