La pacifica rivoluzione di Nino Loperfido

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Essere un uomo. Questo mi interessa. A meno di dieci mesi dalla sua scomparsa, la pacifica rivoluzione di Nino Loperfido, neuropsichiatra  infantile e assessore alla sanità con la giunta Zangheri tra il 1970 e il 1980, viene raccontata in un documentario a cura di Giuliano Loperfido e Lorenzo Massa. Appuntamento lunedì 19 gennaio a Bologna, presso il cinema Lumiere.

Tre le proiezioni previste in tre orari differenti (18; 19.30; 21) presso la Sala Officinema/Mastroianni del cinema in via Azzo Gardino 65 a Bologna. Alla proiezione delle ore 18 saranno presenti i due autori insieme ad Alberto Alberani, responsabile di Legacoop Sociali Emilia-Romagna. L’ingresso è libero.

via legacoop.bologna.it

Oggi siamo particolarmente malandati, se riusciamo a raccogliere le forze e a tener buoni i bimbi saremo al fianco di Giacomo e Giuliano nel ricordare il loro padre, una persona fuori del comune e un amico grandissimo.

Indiana Jones 4

Indiana Jones shadow

Indy è tornato e per un miracolosa congiunzione astrale che ha tenuto a bada i bimbi (tutta da raccontare) siamo andati a vederlo la sera della prima.

Lo aspettavo da un po’, cercando di non anelarlo come il fan rimasto deluso da Episodio 1 qualche anno fa. Del resto sono troppo vecchio per questo genere di cose, ma neanche troppo:

Indy at the gate

A parte l’impatto con una sala cinematografica, il buio, senza bimbi o felidi casalinghi pronti a interromperti, esperienza che non ricordavo, il film è godibilissimo. E’ un ritorno di vecchi amici, un po’ ingrassati, un po’ acciaccati, ma con la verve di sempre.

La narrazione perde ogni freno inibitorio di credibilità, è un luna park senza essere di cartapesta, travolgente ma senza darti il mal di testa, esagera i tratti e reinventa il personaggio come le tante reinterpretazioni di un classico, come l’Uomo Ragno di Todd McFarlane. Indy diventa una silhouette frusta e cappello contro fondali apocalittici ma se ne esce gigione come sempre e stavolta a cuor contento.

Risolto il problema dell’invecchiamento spostando l’azione 20 anni dopo la trilogia, nel 1957, il film è pieno di riferimenti al passato, c’è l’Arca, c’è il deposito dove è nascosta (si vede dal trailer), c’è il papà Jones-Connery scomparso nella finzione ma anche l’amico Marcus-Elliot morto in entrambi i mondi (nel nostro di AIDS). A Marcus va più di un pensiero affettuoso compresa una statua che giocherà un brutto tiro ai cattivi. Ma ci sono anche riferimenti ad American Graffiti (l’inizio del film è un omaggio esplicito), a Star Wars (I’ve got a bad feeling about this, una crasi fra Indy e Han Solo).

Spielberg sa stare dietro la macchina da presa, il film lo regge in gran parte lui e fa pensare che George avrebbe fatto meglio a reclutarlo come regista per la nuova trilogia.

La trama è esagerata ma il film non ne fa mistero fin dalle prime inquadrature. Inutile incavolarsi per il finale fantascientifico, non è su quello che verte questo episodio di Indiana Jones: i cattivi Russi sono cattivissimi, le esplosioni sono esplosivissime, la guerra fredda è freddissima, i misteri sono misteriosissimi.

E’ un film di sessantenni per cinquantenni o al massimo quarantenni. E’ un film sui personaggi che abbiamo amato, su Indy che può permettersi qualsiasi follia a metà tra fiatone e ghigno sardonico, su una compagna che lei sì che sa come movimentare la vita di un uomo, su un giovane in ormoni che ha tutto da imparare. E’ un film che offre, consolidato e ufficializzato, il prodotto che ci si può aspettare da Spielberg e Lucasfilm, non più sinonimo di giovani talenti del cinema tecnologico ma produttori di un certo cinema fantastico che non tradisce ma non innova più.

La squadra è quella: Steve & George, Kathleen Kennedy e Frank Marshall alla produzione, Ben Burtt al sonoro, John Williams alla colonna sonora e Janusz Kaminski alla fotografia che ha dovuto fare il verso al compianto Douglas Slocombe. Chi ha visto qualche making of degli altri Indiana Jones e di Star Wars sa ormai come ragionano, come progettano e producono un film. Un ristorante di cui conosci chef e menu, sai che è buono e non ti aspetti niente di diverso.

E’ un film cinquantenne: nostalgico, familiare, commedia e avventura insieme, quasi sitcom in certi punti. Un film immensamente affettuoso verso i suoi personaggi e di questi tempi non è cosa da poco, con il rischio di prendersi sul serio in agguato dietro l’angolo.

Il doppiaggio mi è piaciuto, con voci classiche come Michele Gammino per Indy e Dario Penne o Francesco Pannofino per i comprimari. Il doppiaggio è avvenuto negli Skywalker Sound studios a San Francisco, segno che ormai la Lucasfilm vuole controllare ogni dettaglio dei suoi franchise film.

P.S. ferraresi e bolognesi schiatteranno dal ridere allo scambio di battute con la cattivona russa:

– tu di dove pensi che io sia?

– da come pronunci la ELLE devi essere dell’Ucraina… o Monestirolo?

P.P.S.: no, non si può dire.

P.P.P.S.: toh, con questo faccio 400 post in poco più di 5 anni. C’è chi festeggerebbe per molto meno.

Update: m’ero dimenticato il titolo per esteso, a uso e consumo di Google. Eccolo: Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo.