Il mio cuore vola alto come un falco

– Spiegami perché vuoi morire, nonno.

– Perché è l’unica cosa che si può fare con l’uomo bianco, figlio mio. SI può disprezzarlo come una creatura inferiore ma bisogna ammettere che non puoi liberarti di lui.

– no, temo che non sia possibile, nonno.

– il numero dei bianchi cresce sempre senza fine; il popolo degli uomini invece è stato sempre piccolo e scarso. Oggi abbiamo vinto. Ma non vinceremo domani.

Oggi si è spento Arthur Penn, regista di Piccolo Grande Uomo, uno di quei film del cuore che visti da bambino ti segnano per sempre.

Una cinematografia dolce e ruvida al tempo stesso, il ritmo e le le inquadrature dei primi anni ’70, due ore e venti di racconto di un Dustin Hoffman ultracentenario con l’inconfondibile voce di Ferruccio Amendola (che dovette superare un provino in incognito per doppiare la parte di Hoffman vecchio), i silenzi, la commedia, le battaglie, il capo indiano Cotenna di Bisonte che aspetta “un buon giorno per morire”, un film che ti entra nel cuore e lo fa volare alto come un falco.

Qui al Post pensiamo che Arthur Penn sia stato soprattutto il regista di uno dei più grandi film sulla storia degli indiani di tutti i tempi, forse il più grande.

(via il Post)

Anche qui lo pensiamo, ragazzi. Addio, Arthur Penn.

Fansubber guest star

Su FriendFeed è comparsa la notizia che un noto blogger abbia partecipato l’altra notte alla traduzione dei sottotitoli dell’ultimo episodio di LOST.

Per l’occasione la produzione ha deciso di cambiare lo speakeraggio introduttivo: ecco il file in due formati: Lost intro voice (m4a), Lost intro voice (mp3).

 

Il lato oscuro della voce

Palpatine afferma che stai sbagliando

Ci sono esperimenti che si possono fare solo quando ti becchi una bronchite in piena estate. Ho cominciato per scherzo ingannando il tempo ieri in autostrada e ieri sera ho prodotto il mio primo podcast.

Come ognun sa:

La paura conduce al Lato Oscuro

ma anche:

Il Lato Oscuro conduce alla Raucedine

Prendiamola come un esperimento del plugin Podcasting (che mi sembra ben più agile e moderno di PodPress). Così da oggi il Bolsoblog si ritrova con un feed in AAC (con copertine ed URL, per iTunes, iPod, iPhone) ed un feed in MP3 (solo audio).

Eccovi raucedine in AAC e raucedine in MP3.

 

Indiana Jones 4

Indiana Jones shadow

Indy è tornato e per un miracolosa congiunzione astrale che ha tenuto a bada i bimbi (tutta da raccontare) siamo andati a vederlo la sera della prima.

Lo aspettavo da un po’, cercando di non anelarlo come il fan rimasto deluso da Episodio 1 qualche anno fa. Del resto sono troppo vecchio per questo genere di cose, ma neanche troppo:

Indy at the gate

A parte l’impatto con una sala cinematografica, il buio, senza bimbi o felidi casalinghi pronti a interromperti, esperienza che non ricordavo, il film è godibilissimo. E’ un ritorno di vecchi amici, un po’ ingrassati, un po’ acciaccati, ma con la verve di sempre.

La narrazione perde ogni freno inibitorio di credibilità, è un luna park senza essere di cartapesta, travolgente ma senza darti il mal di testa, esagera i tratti e reinventa il personaggio come le tante reinterpretazioni di un classico, come l’Uomo Ragno di Todd McFarlane. Indy diventa una silhouette frusta e cappello contro fondali apocalittici ma se ne esce gigione come sempre e stavolta a cuor contento.

Risolto il problema dell’invecchiamento spostando l’azione 20 anni dopo la trilogia, nel 1957, il film è pieno di riferimenti al passato, c’è l’Arca, c’è il deposito dove è nascosta (si vede dal trailer), c’è il papà Jones-Connery scomparso nella finzione ma anche l’amico Marcus-Elliot morto in entrambi i mondi (nel nostro di AIDS). A Marcus va più di un pensiero affettuoso compresa una statua che giocherà un brutto tiro ai cattivi. Ma ci sono anche riferimenti ad American Graffiti (l’inizio del film è un omaggio esplicito), a Star Wars (I’ve got a bad feeling about this, una crasi fra Indy e Han Solo).

Spielberg sa stare dietro la macchina da presa, il film lo regge in gran parte lui e fa pensare che George avrebbe fatto meglio a reclutarlo come regista per la nuova trilogia.

La trama è esagerata ma il film non ne fa mistero fin dalle prime inquadrature. Inutile incavolarsi per il finale fantascientifico, non è su quello che verte questo episodio di Indiana Jones: i cattivi Russi sono cattivissimi, le esplosioni sono esplosivissime, la guerra fredda è freddissima, i misteri sono misteriosissimi.

E’ un film di sessantenni per cinquantenni o al massimo quarantenni. E’ un film sui personaggi che abbiamo amato, su Indy che può permettersi qualsiasi follia a metà tra fiatone e ghigno sardonico, su una compagna che lei sì che sa come movimentare la vita di un uomo, su un giovane in ormoni che ha tutto da imparare. E’ un film che offre, consolidato e ufficializzato, il prodotto che ci si può aspettare da Spielberg e Lucasfilm, non più sinonimo di giovani talenti del cinema tecnologico ma produttori di un certo cinema fantastico che non tradisce ma non innova più.

La squadra è quella: Steve & George, Kathleen Kennedy e Frank Marshall alla produzione, Ben Burtt al sonoro, John Williams alla colonna sonora e Janusz Kaminski alla fotografia che ha dovuto fare il verso al compianto Douglas Slocombe. Chi ha visto qualche making of degli altri Indiana Jones e di Star Wars sa ormai come ragionano, come progettano e producono un film. Un ristorante di cui conosci chef e menu, sai che è buono e non ti aspetti niente di diverso.

E’ un film cinquantenne: nostalgico, familiare, commedia e avventura insieme, quasi sitcom in certi punti. Un film immensamente affettuoso verso i suoi personaggi e di questi tempi non è cosa da poco, con il rischio di prendersi sul serio in agguato dietro l’angolo.

Il doppiaggio mi è piaciuto, con voci classiche come Michele Gammino per Indy e Dario Penne o Francesco Pannofino per i comprimari. Il doppiaggio è avvenuto negli Skywalker Sound studios a San Francisco, segno che ormai la Lucasfilm vuole controllare ogni dettaglio dei suoi franchise film.

P.S. ferraresi e bolognesi schiatteranno dal ridere allo scambio di battute con la cattivona russa:

– tu di dove pensi che io sia?

– da come pronunci la ELLE devi essere dell’Ucraina… o Monestirolo?

P.P.S.: no, non si può dire.

P.P.P.S.: toh, con questo faccio 400 post in poco più di 5 anni. C’è chi festeggerebbe per molto meno.

Update: m’ero dimenticato il titolo per esteso, a uso e consumo di Google. Eccolo: Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo.